Ho letto questa cosa: una ricerca sulla percezione e la situazione del lavoro temporaneo (leggi: precario) nel mondo.

Prima reazione (da lavoratrice temporanea quale sono): disperazione e dolore. Ecco la solita ricerca che dice che siamo spacciati, che non abbiamo speranze di farci assumere, di trovare il posto fisso e metterci a posto lo stipendio, la vita e la coscienza.

Passata (poco) brillantemente la fase dello scoramento iniziale e dell’auto-commiserazione più spudorata, sono passata a quella della rabbia, del nervosismo, dello sfogo animale e dell’incazzatura à la Grille. E così ho inveito per una mezz’ora buona contro il sistema economico, le leggi che tutelano (?) il lavoro, i ministri del lavoro che le hanno firmate, i segretari dei ministri del lavoro che hanno portato ai ministri del lavoro le leggi perché le firmassero, i fax con cui i segretari dei ministri del lavoro hanno mandato le leggi alle cancellerie, le cancellerie che le hanno mandate in parlamento, il parlamento che ha votato, i tasti per i voti in parlamento… che al mercato mio padre comprò.

Poi mi sono calmata e ho deciso di leggere la ricerca.

Ne è venuto fuori che non siamo messi così male. Insomma: forse ci sono ancora motivi per cui vale la pena essere precari (con una buona dose di autoironia, psicofarmaci e comfort food a disposizione). Eccoli.

1) Perché siamo in buona compagnia. Pare che, a conti fatti, siano ogni mese 250 mila gli italiani che sono coinvolti in un modo o nell’altro nel lavoro temporaneo: un piccolo esercito di gente preparata, molto fantasiosa e flessibile (per forza). E’ una cosa da ricordarsi quando stiamo per disperarci alla soglia dell’ennesimo rinnovo.

2) Perché siamo utili. Le aziende, volenti o nolenti, hanno bisogno di noi: siamo preparati, agili e sappiamo adattarci alle esigenze e ai portafogli dei nostri datori di lavoro. Arriviamo in fretta e non abbiamo bisogno di assestarci, perché siamo in assestamento continuo. Portiamo soluzioni, idee nuove ed esperienze diverse, maturate in un continuo zig-zag fra contratti, settori, aziende e paesi.

3) Perché lavoriamo. Lavorare è sempre meglio che non lavorare. Scusate, ogni tanto vederlo scritto aiuta a superare bene la giornata.

4) Perché ci facciamo conoscere. Il lavoro precario permette di lavorare agli studenti, ai neo laureati, agli sbarbatelli e sbarbatelle senza esperienza, ma con qualche idea in testa. I lavori temporanei sono una vetrina. Scomoda, ma pur sempre una vetrina. Meglio sfruttarla: potrebbe uscirne qualcosa di buono (mediamente 1 su 5 ne esce con un contratto di assunzione, segno che la vetrina non è stata poi così inutile).

5) Perché possiamo andarcene. Nessuno ci trattiene con lauti stipendi, sicurezza a tempo indeterminato e benefit aziendali vari. Non conosciamo le coccole da posto fisso e i vizi di una vita lavorativa sicura al 100%: questo ci rende più instabili, forse più poveri, ma sicuramente più liberi.

6) Perché dobbiamo smettere di lamentarci a tempo indeterminato dei nostri tempi determinati. La ricerca, fra le altre cose, dice che in molti paesi il lavoro temporaneo è percepito bene dai lavoratori. In Svezia quasi l’80% dei precari valuta positivamente la sua condizione. In Italia la percentuale scende al 36%. Forse perché è sceso, di troppo, anche il morale.