Non ne ho mai scritto una riga, eppure di quell’esperienza conservo (da qualche parte) appunti, foto e video, ma soprattutto alcune immagini che difficilmente potrò dimenticare.

Una, in particolare, rischiava di essere l’ultima vista dai miei occhi vivi. La condivido con un ragazzo di Madrid, Sirio, la prima persona che ho conosciuto appena arrivato a Sitges, a pochi chilometri da Barcellona, in Spagna, una cittadina di mare che solo dopo ho saputo essere una meta di vacanza amata (non ho capito perché) dalla comunità gay.

Era l’inizio di giugno del 2010, neanche un mese prima avevo deciso di partire. Volevo vedere se quello che avevo letto poco prima in un libro scritto secondo me non troppo bene era vero. Quel libro è stato pubblicato in Italia nel 2009 col titolo “Il club Bilderberg”. L’autore, Daniel Estulin, dice di essere nato in Russia, di aver vissuto in Canada e di essersi trasferito poi in Spagna. Si dice che sia stato una specie di agente segreto, o comunque uno con buone entrature nei servizi di chissà quale Paese. Quando l’ho incontrato non ho pensato a niente di tutto questo. Il suo libro raccoglie foto, documenti e ricostruzioni delle riunioni del club più esclusivo della storia, che riunisce ogni anno dal 1954 in gran segreto i potenti della terra: capi di Stato, super manager e banchieri. Il primo incontro si tenne in un paesino in Olanda, nelle stanze dell’hotel Bilderberg, alla presenza di principi europei e capi di servizi segreti.

Da qualche anno di questo club si parla anche in Italia, dove come più o meno negli altri Paesi è un perno delle varie teorie del complotto legate a un presunto nuovo ordine mondiale. In pratica, secondo queste tesi i potenti della terra si riunirebbero una volta l’anno per decidere (a porte chiuse) i destini geopolitici del pianeta: dove indirizzare la crisi economica o fare scoppiare guerre e conflitti.

Nei giorni scorsi in Italia sono usciti alcuni articoli sul meeting del 2013, che si è tenuto questo fine settimana a Watford, una cittadina nei sobborghi di Londra. Il motivo per il quale se n’è scritto è che da questa edizione il club si è dotato di un ufficio stampa col compito di fornire la lista degli ospiti e dei temi trattati durante le sessioni di lavoro. Qualcuno l’ha definita una sorta di glasnostoperazione trasparenza – che segnerebbe l’inizio della nuova politica del Bilderberg. In realtà, almeno dal 2010 la lista dei partecipanti e i temi scelti vengono pubblicati su un sito Internet l’ultimo dei tre-quattro giorni del meeting.

Anche se ormai è noto cosa sia, credo che valga la pena provare a descrivere cosa succede quando oltre cento potenti della terra si riuniscono in un solo posto. La prima cosa che colpisce è la scelta del luogo dell’incontro e le forze schierate per proteggerlo: dev’essere un albergo, un resort extra lusso, ma in una posizione che permetta di sigillarne all’esterno ogni più piccola fessura. Dev’essere talmente grande da ospitare non solo i partecipanti, ma anche le loro scorte al seguito, e deve avere ovviamente un aeroporto vicino dove possano atterrare i jet privati.

A Sitges il luogo non poteva che essere l’hotel Dolce, un’enorme struttura tutta bianca costruita su una collinetta che scende fino al mare, costeggiata da campi da golf e da terreni privati. Non che potessi permettermi una stanza, ma anche volendo durante il Bilderberg l’albergo è ovviamente riservato ai soli invitati.

Lasciato lo zaino nell’ostello che avevo prenotato per quei tre giorni, appena arrivato a Sitges sono andato a piedi fino a dove era consentito avvicinarsi: una rotonda dalla quale parte la strada che porta all’ingresso dell’hotel. Era più o meno mezzogiorno, e sul posto trovai una trentina di persone, la maggior parte dei quali convinti sostenitori della teoria del complotto. C’erano pochi giornalisti. Comunque, i quotidiani spagnoli si stavano occupando dell’evento, anche perché al Dolce era atteso l’intervento di saluto dell’allora primo ministro Zapatero. Io ero sicuramente l’unico giornalista italiano. Prima di partire avevo contattato senza successo alcuni settimanali per vendere in anticipo l’articolo che speravo di scrivere, ma l’unica risposta che ottenni fu: “Se torni con le foto dei partecipanti italiani ne possiamo parlare”.

Alla rotonda cominciavano i check point. L’albergo era completamente circondato: le strade erano bloccate, gli elicotteri controllavano dall’alto, il pezzo di costa era pattugliato dalle vedette della polizia. Lungo la spiaggia, e in giro per i terreni attorno al Dolce, gruppi di poliziotti a piedi. Era praticamente impossibile avvicinarsi per fare delle foto. Comunque bisognava tentare.
Ho conosciuto Sirio pochi minuti dopo il mio arrivo. Insegna, o insegnava inglese a Madrid, la sua città, ed era a Sitges anche lui per capire quanto ci fosse di vero nelle storie raccontate sul Bilderberg. Dopo qualche ora sotto al sole, decidemmo di provare ad avvicinarci all’albergo, attraversando i terreni e i campi da golf che insieme alla ferrovia dividono la spiaggia dall’hotel.
Del treno ci accorgemmo solo pochi istanti prima del suo passaggio. Bianco, simile ai nostri regionali, era lo stesso che mi aveva portato da Barcellona a Sitges e che, fortunatamente, qualche giorno dopo mi riaccompagnò indietro. Siamo rimasti immobili. Secondo me è il suono in corsa della sirena che ti fa questo effetto, che paralizza. Mi è passato a un metro di distanza, o poco di più. Difficilmente potrò dimenticarlo.

Capii che non era il caso di perseverare, non era certo quella la strada da seguire. E in fondo, chi se ne frega: non vale la pena finire sotto a un treno per una foto come quella. Una foto che, ahimè, se avessi avuto l’attrezzatura giusta avrei potuto tranquillamente scattare dalla rotonda, quando il secondo o il terzo giorno gli ospiti del Bilderberg uscirono dal Dolce a bordo di auto blu e pulmini per una visita in qualche luogo di interesse della zona. Ho scattato non so quante foto. Ne avessi trovata una che ritrae il volto di Mario Monti che compare da un finestrino abbassato a metà. Chiesi a tutti in giro, ma nessuno aveva immortalato il passaggio del preside della Bocconi. Del resto, chi avrebbe potuto immaginare che quell’economista sarebbe diventato senatore a vita e primo ministro del governo tecnico?

A pensare queste cose si può cadere nel fascino delle teorie del complotto: se al Bilderberg si decidono i destini del mondo, figurarsi quelli dell’Italia. Io non credo che sia così. Quello che mi ha spinto a seguire per tre giorni un’edizione del club più esclusivo della storia è la convinzione che se anche solo per un’ora un capo di Stato, un re, un ministro incontra il manager di una multinazionale, i più importanti banchieri o finanzieri al mondo, i cittadini abbiano il diritto sapere cosa si siano detti.

E per cinquant’anni non è stato così.