Ci sono dei momenti, anzi per fortuna sono solo degli attimi, in cui il sentimento democratico quasi m’abbandona e arrivo a pensare che la parola e il voto andrebbero garantiti solo a chi non offende questi diritti fondamentali. Sono attimi di rabbia, passano subito, a volte arrivano leggendo i post che appaiono sui social network, perché questi a differenza delle minchiate a parole non volano via all’aria aperta, restano nella rete. Che non sarà mai come la carta, ma quasi.

Mi è appena successo: è lunedì sei maggio, Giulio Andreotti è morto da poco e su Facebook è scattata la gara alla battutina più simpatica, allo sberleffo, alla spiritosaggine. Molte sono battute singolarmente innocue, quasi tutte ricalcano lo stile molto attuale non da grassa risata quanto da sottile risolino di chi ha capito tutto tempo fa.

Altre sono invece piene di rabbia, sono le peggiori, perché non è rabbia verso la persona quanto verso se stessi e la propria condizione di suddito inerme. È comunque l’insieme ad infastidirmi. Mi dà l’idea di un paese unito ormai solo dall’odio, che fa pena, perché riesce a liberarsi del potere solo quando muore.

ps: non c’è bisogno che sia io a ricordare la figura di Giulio Andreotti, ritenuto l’incarnazione del potere, custode di mille segreti e mille responsabilità, secondo i giudici in contatto fino agli anni ottanta anche con esponenti di Cosa nostra (ipotesi di reato prescritta, sentenza Corte d’Assise Palermo, 2003).