Dal 28 settembre ad oggi ne è passata di acqua sotto i ponti e, tra una cosa e l’altra, c’è stato anche il tempo di pensare per un attimo che, finalmente, anche Angelino Alfano volesse affrancarsi dal padre.

Quel giorno, alle ore 18:00 il Cav. chiedeva ai ministri PdL di valutare (rectius ordinava) la possibilità di dimettersi. Alle 18:10 Alfano, capo delegazione PdL nell’esecutivo, aveva già valutato, decidendo per le dimissioni. Qualche ora dopo il dubbio, la reazione a sorpresa, un colpo di reni che portava al voto di fiducia per il Governo Letta con gli esiti che tutti conoscono. Letta parlò di giorno storico, in cui una nuova generazione cominciava ad assumersi le sue responsabilità; Cicchitto manifestò l’intenzione di costituire nuovi gruppi in Parlamento – la richiesta è già stata depositata, disse -; la scissione pareva dietro l’angolo. Il nuovo centro destra, deberlusconizzato, pareva muovere i primi passi, ma invece era l’ennesima puntata di Scherzi a Parte. Un’altra come fu lo scorso anno con la favoletta delle primarie PdL, annunciate ovunque e mai fatte perché il capo non voleva. Ora come allora, tanto tuonò che non piovve.

Nessun nuovo corso: Alfano sta lentamente tornando nei ranghi, come sempre fa l’onda che, se anche arriva lontano, poi, piano piano si ritira; il partito si sta ricompattando in vista del voto sulla decadenza del capo. Il Ministro dell’Interno continua a sostenere che sarebbe grave la decadenza di Berlusconi, ripetendo che chi ha ricevuto tanti milioni di voti non può essere eliminato dalla scena politica, mostrando un disprezzo dei basilari principi di uno Stato di diritto, nel quale, peraltro, è stato chiamato a ricoprire una carica cruciale. Il non cambiamento è ancora più evidente con il ritorno a Forza Italia, un fortissimo ritorno al passato anche nei simboli e negli slogan; un eterno ritorno che, a quanto pare, piace anche ad Alfano: si parla di un suo possibile addio al Governo pur di avere una carica importante nel partito; il che non sarebbe una novità, se si pensa che è già successo quando lasciò il Ministero della Giustizia per assumere la carica di Segretario del PdL. Un segretario che ha poco inciso, un segretario di legno, perché a decidere era ed è sempre B. Insomma, meglio un ruolo di partito che un ruolo di Governo: non proprio una scelta da statista.

Cos’altro ci si può aspettare da chi è legato a doppio filo con il pater familias della libertà? Si fa presto a dire scissione e nuovo partito, ma chi paga? Forza Italia ha ereditato decine di milioni di debiti dal Pdl, garantiti da una fideiussione bancaria del Cav. da oltre 100 milioni (così nei bilanci del movimento). Se Berlusconi dovesse andar via domani mattina, chi si sobbarcherà i debiti? Chi finanzierà il partito?

L’eterno delfino che non nuota mai da solo, l’eterno giovane, giovane in un Paese dove a 40 anni si è ancora giovani, dove il largo ai giovani è uno slogan vuoto e senza senso. In questo vuoto il Segretario Alfano, che annuncia le dimissioni ma poi le ritira, che annuncia le primarie e poi non le fa, che annuncia il cambiamento che poi non realizza, sembra muoversi proprio bene.

C’è chi nasce per cambiare la storia politica del suo Paese e non essere eternamente un gregario. Poi c’è chi nasce per essere Alfano.