Dei vari Fonzie, capitan Barca, Nico-Letta o Ciwati, che corrono più o meno ufficialmente alla guida del Pd, ho conosciuto personalmente solo Ciwati, per via del suo passato alla Regione Lombardia. L’ultima volta che l’ho sentito e intervistato ho percepito in lui un leggero nervosismo, che si è tradotto in un atteggiamento non proprio simpatico nei miei confronti.

È successo prima delle elezioni politiche, in occasione degli inviti a comparire spediti dalla procura di Milano ai consiglieri lombardi – circa novanta – finiti sotto indagine per le spese fatte con i rimborsi regionali.

Un’inchiesta che ha praticamente coinvolto la maggior parte dei consiglieri delle ultime due legislature regionali prima di quella attuale e per la quale Ciwati è stato chiamato a giustificare poche centinaia di euro, davvero nulla in confronto alle decine di migliaia di euro di alcuni suoi ex colleghi. Ad ogni modo, di quelli che ho cercato Ciwati è stato l’unico disponibile a farsi intervistare e, visto il tema del nostro colloquio, ci sta che il suo umore possa essere stato diverso dal solito.

Ho fatto questa premessa per dire che non sono un ciwatiano “senza se e senza ma” – anzi non sono proprio un ciwatiano – e che l’ultima volta che ho parlato con lui non c’è stata grande sintonia.

Voglio dire però che la sua candidatura alla segreteria del Pd è un fatto positivo.

Da quando è in parlamento e non fa più il secondo dei rottamatori, Ciwati non ha sbagliato una mossa, nessuno che si professi di sinistra può dire il contrario: si è astenuto dal votare la fiducia al governo delle larghe intese e ha sparato a zero contro i franchi tiratori che hanno affossato Prodi nella corsa al Quirinale, è stato forse l’unico in grado di fare da tramite tra il Pd e i 5stelle.

È lucido Ciwati, parla chiaramente e soprattutto, come ha evidenziato il cronista Stefano Morselli che questo fine settimana lo ha seguito per l’Unità a Reggio Emilia nel suo “Politicamp”, “mi pare sincero quando dice che un altro Pd è possibile, su posizioni chiare e comprensibili (cioè opposte alla filosofia del ‘ma anche’)”. Insomma Ciwati rischia di sembrare uno di sinistra, ma non un communista, che non esistono più, ma un progressista moderno, che parla chiaro. Uno che difficilmente conquisterà le vette del Nazareno, difese come sono dai venti delle correnti e dai veti dei grandi capi. Però ci prova, e fa bene.