E’ stato uno dei tormentoni della campagna elettorale, uno slogan dei partiti, uno dei modi rapidi per farsi un lifting e sembrare aggiornati, per portare una ventata di freschezza e raccogliere qualche voto in più: “Più donne in Parlamento”.

Per di più, lo stesso tema si ripete per l’elezione del Presidente della Repubblica, ogni sette anni, sempre la stessa proposta: “Una donna al Quirinale”. A parole.

Sensazionale, assurda, eccezionale, così appare questa proposta: se ne parla come la “curiosità” del momento. Almeno è così se avviene in Italia. Nel 2013. Addirittura una donna, un segno di discontinuità. Una novità. Le donne esistono su questo pianeta da 2000 anni a questa parte e sarebbe una novità affidare a una di loro un ruolo di responsabilità? L’assurdo. L’inciviltà, meglio.

Nel contesto italiano l’argomento torna a ondate e il tema è al centro di un dibattito più o meno serio. Altrimenti, di solito, c’è il silenzio sull’evidente condizione d’incompiuta parità tra sessi nel nostro paese: parità di opportunità e di trattamento economico sul lavoro, ad esempio.

C’è bisogno di una donna ammazzata di tanto in tanto, per parlarne; oppure di leggere i dati e le statistiche relativi all’occupazione femminile in Italia, alla bassissima percentuale di donne nei posti di responsabilità delle aziende e delle principali istituzioni pubbliche. Ad ogni legislatura siamo lì a contarle come fosse il censimento dei panda, per capire se sono aumentate o diminuite dall’ultima rilevazione. Le donne ai vertici delle istituzioni pubbliche, queste sconosciute.

Tra una legislazione e l’altra è il vuoto. In pochi s’interessano, ad esempio, alla quotidianità della condizione femminile, che di fatto è difficoltosa per le frequenti discriminazioni più o meno palesi, spesso subdole e talvolta violente. Il vuoto d’interesse c’è rispetto alla condizione di difficoltà dei centri antiviolenza italiani, ad esempio. Il più delle volte abbandonati al loro destino, sono tenuti in vita dal lavoro instancabile di professionisti preparatissimi e specializzati nei più diversi settori (sanitario, legale, ecc), che talvolta facendo riferimento anche a risorse personali, mantengono in piedi strutture incredibili, punti d’ascolto e supporto e nei migliori dei casi anche case rifugio per le situazioni più gravi.

E ancora. La quotidianità di casi di discriminazione sul lavoro o nella ricerca dello stesso. Selezionatori che storcono il naso di fronte ad una donna che se fidanzata, sposata e senza figli, è quindi a rischio gravidanza di lì a poco. Meglio non sceglierla.

Perché la nostra legislazione favorisce la famiglia solo sulla carta e hai voglia a fare i family day e altre pantomime del genere che si riducono a mere sfilate di politicanti, per lo più divorziati, che vanno a parlare di famiglia. Quando poi la normalità sono politiche scriteriate che determinano tagli a quei servizi e strumenti (asili, scuole, insegnanti di sostegno, assegni familiari,ecc) che sono il segno concreto di una società che protegge la famiglia, di uno Stato sociale, che agevola l’impegno nel lavoro delle donne anche quando divengono madri.

Alcune risposte legislative talvolta ci sono, ma il problema è culturale e non legale. L’introduzione di quota rosa ai fini della compilazione delle liste elettorali non è lo strumento con il quale si risolve un problema culturale, ma è anzi l’apoteosi, la certificazione della nostra condizione. Prevedere per legge quote minime di presenza femminile all’interno degli organi politici istituzionali elettivi non è solo la certificazione della nostra condizione di arretratezza ma produce un trattamento alla stregua dei panda: è la logica del “salvare la specie” piuttosto che un approccio da paese civile, che non ha bisogno di una legge, ma ritiene normale candidare nei posti di rilievo persone capaci, indipendentemente dal sesso.
Le quote rose, eliminando anche il meccanismo virtuoso di una selezione per le istituzioni elettive in base al merito (che per la verità è latitante anche per la selezione degli uomini) dimostra che non siamo in grado di affrontare il problema, se non attraverso la coercizione della legge.

Resta quindi l’errore dell’approccio: la legge sopperisce a una carenza culturale. Non c’è strada peggiore. Incivile il paese che ha bisogno di una legislazione per ogni cosa, che come in Italia ha un carattere alluvionale, anche per quelle cose che dovrebbero essere scontate. Oltre 2 milioni e mezzo di articoli di legge nel nostro paese. Da brividi.

Finché l’approccio sarà quello da operatori del WWF, da protezione di una specie rara, avremo solo e sempre casi isolati da prima pagina. Fin quando sarà una novità l’annuncio di un incarico pubblico di rilievo affidato ad una donna, vorrà dire che l’appartenenza di genere e non il curriculum è il requisito della scelta.

Il poeta siciliano Gesulado Bufalino una volta ha scritto, che “per combattere la mafia c’è bisogno di un esercito di maestri elementari” Ecco, mutatis mutandis, il punto è questo: le leggi non bastano quando c’è un problema culturale, quando c’è da estirpare una mentalità, un atteggiamento. Non basta affrontare queste questioni (soltanto) nelle assemblee legislative ma è necessario, piuttosto, farlo su più larga scala e su più fronti.

Dobbiamo cambiare prima delle leggi. Siamo nel 2013: se non ora quando?