Non tutto in economia si misura con i soldi. Anzi, a volte misurare qualcosa attraverso i quattrini è inutile e non porta a nessun risultato.

Certo, gli economisti non sono tipi che demordono e allora provano a misurare tutto, se non attraverso il denaro, con quello che gli capita a tiro: panini del Mc Donald’s, cappuccini, rossetti, mutande… Perfino con il fondoschiena delle belle ragazze si può misurare l’andamento del PIL.

Siete il genere di persona che vuol far colpo parlando di economia in modo scanzonato? Ecco 5 indici economici che fanno al caso vostro. Anche se, ve lo devo dire, scanzonati o meno, con gli indici economici non si rimorchia un granché.

In ogni caso, ecco qui.

1) Il Big Mac Index. Gli economisti amano i grassi saturi e idrogenati: riversano nel fritto e nelle salse la frustrazione delle regressioni statistiche fallite, delle pubblicazioni scartate, degli studenti incapaci. Probabilmente è proprio da un picco di colesterolo, dovuto a un eccessivo consumo di junk food, che nel 1986 quelli dell’Economist si sono inventati il Big Mac Index, un indice che calcola la differenza di potere di acquisto, basandosi sul costo di un panino del Mc Donand’s.

Il Big Mac è un panino standard: da Pechino e Grottaferrata è unto e buono uguale, e gli ingredienti e il tempo per prepararlo sono più o meno gli stessi in ogni parte del mondo. Cambia solo, di paese in paese, il prezzo. E così, basandosi proprio sulla diversità di prezzo si può calcolare quando una moneta sia sopravvalutata rispetto a un’altra.

Qualche (grasso) esempio. Un panino a Pechino costa 16 yuan (circa 2 euro), e a Washington lo stesso panino si paga un po’ più di 4 dollari. Risultato: la moneta cinese è sottovalutata del 42% rispetto al dollaro. Secondo gli economisti con questo metodo si sono anticipate la crisi argentina e persino quella europea, iniziata un paio d’anni fa. Peccato nessuno ci abbia avvertito in tempo, nonostante l’indice del panino imbottito avesse previsto tutto. Ma probabilmente tutti gli economisti all’epoca stavano alle prese con l’Alka-Seltzer.

2) Mocaccino Index. Gli economisti più fighetti sono ovviamente schifati dall’uso di un becero e proletario panino come indice economico. Gente chic come Krugman non potrebbe mai entrare in un fast food, con il rischio di far prendere puzza di fritto al completo di Armani. Purtroppo il caviale non è ancora un bene così diffuso da poter avere un indice economico tutto suo. E così i più fighetti fra gli economisti hanno rinnegato il cheeseburger e si sono buttati sul caffè di Starbucks, inventandosi il Tall Latte Index: un indice che misura la parità di potere d’acquisto in giro per il mondo, basandosi sul costo del latte macchiato di Starbucks. Un indice à la page. E voi in Italia, poveretti che nemmeno ce l’avete lo Starbucks, arrangiatevi. Calcolatevi tra voi il caciocavallo index e non ci scocciate.

3) L’indice della mutanda (del maschio). I maschi, si sa, in genere non brillano per un particolare gusto nella scelta dell’intimo. Il boxer dell’Inter? La mutanda con su i personaggi dei Simpsons? Lo slip in acrilico del cestone dell’Esselunga? Va bene tutto, purché faccia il suo (sporco) lavoro di contenzione e sostegno (e camuffamento?). In ogni caso, il fatto che l’uomo non consideri l’intimo un bene di lusso per cui investire cura e attenzione nella scelta si rivela un dramma, sì per le sventurate compagne, ma anche un vantaggio per gli analisti economici. L’indice dell’intimo maschile rivela infatti che il maschio, in genere, tende a comprare mutandoni non per capriccio, ma con una certa, pigra stabilità. Se l’acquisto cala sensibilmente, allora sì, siamo in recessione: il maschio rimanda l’acquisto sfiduciato dalla crisi globale. E così il Pil e la libido s’ammosciano, e noi e l’economia si rimane – è il caso di dirlo – in braghe di tela.

4) PIL e bellezza delle cameriere. Quello che potremmo confidenzialmente chiamare Gnocca Index afferma che, durante i periodi di crisi, ragazze belle e ben dotate, che normalmente vedremmo impiegate come modelle o attrici, finiscono per abbandonare i loro sogni di gloria, pagandosi da vivere con il mestiere di cameriere. Gli economisti apprezzano particolarmente quest’indice, perché consente di condurre indagini in pausa pranzo, bighellonando di bar in bar a guardare i sederi delle ragazze, con la scusa di portare avanti un’importante ricerca socio-economica.

5) Trucco e parrucco. Avete presente una crema per la cellulite? Costa come un tartufo bianco d’Alba (e puzza uguale). Bene. Per usare una crema per la cellulite devi avere tempo, denaro, fiducia nel futuro: ci vogliono mesi e grandi spese prima di vedere (forse) dei risultati. Un investimento economico impegnativo. Una cosa che le donne fanno quando tutto va bene: il PIL cresce, l’euro è forte, i mercati garruli. Ma quando l’inflazione galoppa e lo spread ruggisce non c’è tempo, né soldi, né fiducia da investire in una crema anticellulite. Abbiamo bisogno di contenere la spesa e ottenere un effetto migliorativo anche se debole, almeno immediato. Allora, in tempi di crisi, per sentirci più belle basta un rossetto da 2 euro comprato alla LIDL. Costa meno e mi sento subito un po’ più carina del solito (sempre che riesca a non spalmarmelo sui denti). Ecco perché, quando l’economia sta per andare a ramengo, gli economisti danno un occhio alle borsette delle ragazze e calcolano il lipstick index: più rossetti e belletti? Meno fiducia nella crescita economica. (Per la cronaca, quest’anno le vendite di eyeliner e ombretti vari hanno subito un’impennata del 10.4%, per un valore di quasi 104 milioni di euro).