Nelle ultime settimane il Partito democratico ha dato il peggio di sé. L’inizio della fine è stato la candidatura di Franco Marini alla Presidenza della Repubblica. Niente sulla persona in sé. A parte l’opportunità di candidare qualcuno che non ha ricevuto un buon riscontro alle elezioni politiche di febbraio, discutibile è stata la scelta di farsi guidare in quest’opzione dal PDL. Si dirà che il Presidente della Repubblica deve essere una figura condivisa, almeno bisogna provarci a individuarne una (“L’elezione del Presidente della Repubblica ha luogo per scrutinio segreto a maggioranza di due terzi dell’assemblea. Dopo il terzo scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta”. – art. 83.3 Cost.) Certo, ma perché condiviso solo con il PDL? La seconda assurdità è stata che il candidato ufficiale del PD è stato votato dal PDL ma non dal PD. Così come la seconda proposta, Romano Prodi: votato all’unanimità in assemblea di partito e ancora una volta non votato in aula.  Il PD propone dei nomi che non vota. Fantastico.

Il tutto suggellato dal vuoto delle idee finale, con la rielezione di Napolitano, con la scusa della responsabilità, continuità, instabilità. E altri bla bla.

Dopo oltre un anno di governo Monti, delle larghe intese e con la regia di Re Giorgio, ci ritroviamo con la medesima situazione. Alla faccia del cambiamento e del rinnovamento. Come se non fosse successo nulla. Mi viene da ripensare all’ antipolitica e alla politica e a chi è cosa e a chi è chi.

Il PD non ha spiegato ai suoi elettori perché non è stata adeguatamente valutata la candidatura di Stefano Rodotà. Non dico sposata, perché è assolutamente normale che nell’ambito di una dialettica interna al partito si arrivasse alla scelta di non appoggiarla. Ma da quanto riferiscono voci interne (ad esempio Serracchiani e Civati) non è stata proprio vagliata. A prima vista pare per una questione d’orgoglio (non votarlo perché proposto da altri) e di centrodestrismo (ama il PDL prossimo tuo).

Eppure forse, in quel nome, poteva esserci una svolta significativa: da una parte si trattava di una candidatura propriamente di centrosinistra: Rodotà è stato presidente del PDS ed è stato attivo in tante battaglie tradizionalmente di sinistra. Ma allo stesso tempo, interlocutore aperto al dialogo in tutte le direzioni. Bastava poi lasciarlo parlare tre minuti per capire che non aveva niente a che fare con la parte distruttiva (come qualcuno la chiama) del M5s e che sarebbe stata una candidatura almeno valutabile. Dall’altra, la sua elezione avrebbe comportato una serie di conseguenze molto rilevanti anche per la nascita del Governo. Con Rodotà al Quirinale, il M5s non avrebbe potuto dire no, risolutivamente, alle proposte e indicazioni di Governo avanzate da un Presidente della Repubblica da loro proposto e votato, con la conseguenza che un nuovo no avrebbe posto il Movimento di fronte alle proprie responsabilità, dando fondamento più che concreto a chi li accusa di demolire soltanto e non proporre.

A quel punto la nascita di un governo di centrosinistra sarebbe stato possibile (Ok, la storia non si fa con i se. Però…)

Silvio Berlusconi ha sicuramente acceso molti ceri in quelle ore, pregando per evitare tali scenari. In tal caso, difficile sarebbe stato il suo futuro politico, destinato all’ininfluenza e all’opposizione. E invece no, il capolavoro del PD che ha urlato “Mai con Berlusconi” è stato quello di fornirgli la golden share sul Governo, il merito di aver favorito la rielezione di Napolitano e l’appellativo di statista su un piatto d’argento, per avere favorito la nascita di un governo di larghe intese, per il bene del Paese. Il Cav gongola, con la sua minoranza governante. Sa di avere il controllo della situazione e di poter minacciare quando vuole la caduta del Governo. Ottenuta la fiducia della Camera e nell’attesa di quella del Senato, martedì 30 aprile i quotidiani on line davano ampio spazio alle minacce del Cav: “Senza abolizione dell’IMU cade il Governo”. E siamo solo all’inizio. Chi ben comincia, come si dice.

In Italia non si fa nulla se non c’è l’ok di Berlusconi. E Il PD asseconda questo meccanismo, comportandosi in modo sempre più subalterno. Lo scenario è triste: un Presidente della Repubblica rieletto, che fino a quarantotto ore prima dichiarava “non mi farò convincere a restare” . Un Governo che ripropone lo schema del Governo Monti, ma stavolta (finalmente) in modo palese, con i partiti nell’esecutivo. Siamo tornati al 2011 (crisi compresa). Altro che cambiamento e rinnovamento. Come si può produrre rinnovamento se al comando ci sono coloro che hanno prodotto il peggioramento? (a tutti i livelli).

Berlusconi farà il padre della patria fino a quando fiuterà che è il momento giusto per andare alle urne: rovescerà il tavolo, si prenderà i meriti e accuserà gli alleati per giustificarsi di fronte agli elettori per le cose non fatte.

In tutto questo, lo psicodramma interno del PD che ha logorato l’ennesimo segretario, eletto pochi mesi fa con milioni di voti. Le varie rivolte interne, dei c.d. giovani del partito, che attaccano Bersani per le scelte fatte ma che l’hanno copiosamente votato, ben consapevoli che votando lui si sceglieva la linea di Bindi, Letta, Fassina e D’Alema.

I dirigenti in stato confusionale che hanno gridato per mesi che Renzi era poco di sinistra ma che poi, loro, sono diventati alleati della destra. L’alleanza con SEL, “Italia Bene comune”, svanita senza neanche dirlo. Uno scoppio di fatto.

Peggio di tutto questo è solo aver sentito da più esponenti del partito manifestare grande soddisfazione per tutto ciò che è accaduto, sia per l’esecutivo sia per la rielezione di Napolitano. L’apoteosi del nonsenso.

Il PD, insomma, nelle ultime settimane si è guadagnato l’astio dei suoi iscritti, si è trasformato in un partito morto che cammina, che rischia di precipitare alle prossime elezioni cedendo vagonate di voti al M5s.

Le larghe intese, i governi d’unità nazionale sono cose nobili e molto serie. La nostra Costituzione è frutto di larghe intese, capaci di fornire una sintesi di istanze socialiste, liberali e cattoliche. In altri Paesi il Governo di unità nazionale è un fenomeno normale e ragionevole, quando sorge la necessità. Ma in Italia è diverso perché la storia degli attori coinvolti in queste larghe intese è nota a tutti. Ecco perché c’è tanta sfiducia e l’insistenza nel chiamarlo inciucio, con buona pace di Napolitano che non vuole si usi questa parola (i giornalisti da riporto subito l’hanno eliminata dagli articoli).

La storia della maggioranza di questi signori non ha a che fare con il bene comune, con il rispetto delle istituzioni, con la sobrietà. La loro presenza ostacola anche il lavoro e le intenzioni di coloro che, invece, lì in mezzo, sono armati delle migliori intenzioni.

Per fare le larghe intese bisogna essere galantuomini, ed essere galantuomini è cosa rara e difficile, più difficile che essere eroi.

“È molto più facile essere un eroe che un galantuomo. Eroi si può essere una volta tanto; galantuomini, si dev’esser sempre.” (L.P.)