Le mestruazioni sono un bel fastidio. In termini economici, s’intende.

Mal di pancia, nervosismo, sonnolenza. E poi: mal di testa, gambe gonfie, diffusa debolezza e stanchezza. Ma cosa c’entrano i sintomi della sindrome premestruale con l’economia? C’entrano perché in quelle che tutte le femmine sopportano come una bella scocciatura mensile, gli economisti esperti scorgono fattori determinanti di assenteismo, minore produttività e stipendi più bassi.

E così due di loro (maschi, ovviamente) si sono presi la briga (e di certo il gusto), di calcolare quanto ci costano, dolori di pancia esclusi, “quei giorni” e hanno riassunto tutto in una bella ricerca: “Differenze di genere, assenteismo e disparità di guadagno”.

Che già così, il titolo, diciamo che non incoraggia.

La ricerca parte da un’osservazione semplice: a quanto pare le donne che lavorano si ammalano più degli uomini: circa un 5 giorni di più all’anno. Non solo: le assenze per malattia sono cicliche e – indovinate un po’? – si ripetono ogni 28 giorni. E dopo i 45 anni la differenza fra giorni di malattia dei maschi e delle femmine si riduce a 3.

Ta-dah! Ecco spiegato tutto. Eccoci inchiodate alle nostre responsabilità mensili: vogliamo essere fertili, figliare e far progredire la specie? Ecco, allora, accettiamo la sospetta, ormonale e colpevole ciclicità delle nostre assenze dal lavoro.

Ma non basta: mancare alla scrivania più dei colleghi maschi non ci fa solo perdere riunioni, ma anche un po’ di fiducia da parte del datore di lavoro, che, sempre secondo la ricerca, sarebbe più incline a vedere le donne come meno produttive e quindi tenderebbe a pagarle di meno.

In effetti, in Italia, le donne hanno bustepaga dal 20% al 30% più leggere rispetto a quelle dei colleghi maschi. E’ quello che in termini tecnici viene chiamato il gender gap, la disparità di trattamento nel salario.

In realtà, a leggere bene la ricerca, salta fuori che il 12% della differenza di stipendi è imputabile alla “sindrome pre-post-durante-mestruale”, tutto il resto è bella e buona misoginia, arretratezza culturale, mancanza di politiche socio-economiche che portino le donne a lavorare bene, tanto e senza dover portare sulle proprie spalle tutto il peso delle famiglie.

C’è di buono che almeno l’assenteismo da ciclo non fa differenze: nord o sud, manager o operaie, le donne sembrano ammalarsi un po’ più degli uomini e un po’ ciclicamente in quasi tutti i settori e le posizioni.

Più assenteiste, meno produttive, meno pagate. Quindi tutta colpa del ciclo se la nostra economia va a rotoli? Aspettate prima di addossare alle mestruazioni la colpa di tutta la crisi economica, mutui subprime compresi.

Il ciclo non è tutta una sciagura. E non parlo del miracolo dell’essere femmina, della bellezza del corpo che sa dare la vita, del valore religioso e spirituale della fertilità..

No. Dico che ogni anno in Italia il mercato degli assorbenti è di 470 milioni di euro. Crisi o meno, ali o meno. Il tampax è un po’ come il petrolio, è un bene (o un male, dipende dal punto di vista) la cui domanda è rigida.

Per non parlare dei 7 miliardi di euro di giro d’affari dato dalle vendite di dolciumi vari, sicuramente metà del quale è mantenuto grazie alle scorpacciate compulsive tipiche della fase premestruale. Non citerò per convenienza il settore tessile e calzaturiero che trae sicuramente un gran beneficio dallo shopping consolatorio delle donne in “quei giorni”.

Insomma, se il PIL non crolla del tutto, lo dobbiamo anche alle “donne d’oggi che vivono il prodigio del loro ciclo mensile ostentando sicumera” (grazie Elio e Le Storie Tese).

Purtroppo nessuna ricerca condotta finora ha permesso di valutare la perdita economica determinata dalle lamentele e dai drammi inscenati dagli uomini quando si ammalano. Con la febbre a 37.2 sono così insopportabili da far precipitare il PIL. Non c’è statistica che tenga.

 

Credits Immagine: someecards.com