Da qualche anno si parla di svecchiare l’Italia, le sue istituzioni e soprattutto la classe dirigente. Le ultime elezioni hanno ringiovanito (anagraficamente) il Parlamento e anche il nuovo governo è in parte composto da under 55/60. Non sono un esaltato del giovanilismo, ma credo che restituire il controllo del Paese a chi può renderlo un po’ più contemporaneo di quanto sia nel confronto con il resto del mondo è una cosa buona (in realtà penso che chi punti a quel controllo debba prenderselo da solo, non riceverlo in eredità, ma vabbè…).

Questa settimana, tra le tante cose accadute, a Perugia si è tenuto il settimo Festival Internazionale del Giornalismo. Per giorni migliaia di persone, molti giovani, hanno discusso di precariato e di nuove tecnologie. Io non c’ero a Perugia, ho solo letto qualche articolo e ho seguito i tweet degli amici che erano lì.Posso sbagliarmi, ma non mi pare che qualcuno abbia parlato di svecchiare la classe dirigente dell’informazione. In effetti, non so neanche se ce ne sia l’urgenza (c’è senza dubbio per quanto riguarda ordine e sindacato). Ma a guardare l’anzianità (professionale) di chi firma le principali testate giornalistiche italiane, qualche riflessione si può fare.

La prima è che sono più o meno gli stessi da una decina d’anni. Alcuni, nelle radio e nelle televisioni pubbliche sono legati alle variazioni del clima politico. Altri, come Ferruccio de Bortoli o Paolo Mieli, da tempo si alternano al timone del Corriere della Sera. Il nuovo giornale di successo, il Fatto Quotidiano, è guidato da Antonio Padellaro, per anni vice, condirettore e infine direttore de l’Unità. E c’è chi come Ezio Mauro dirige – e anche bene – ininterrottamente la Repubblica dal 1996. Tralasciamo poi i casi limite, come l’informazione scientifica generalista, che nella tv pubblica è tradizione dei bravi Angela. Se ci penso meglio, mi viene in mente che non solo i giornalisti ma anche gli analisti, quelli che ti spiegano le notizie, sono più o meno sempre gli stessi. Idem per gli editorialisti: collaudati come la giacca blu sui jeans. Ogni tanto qualche volto sconosciuto emerge come espertone di nuovi fenomeni soprattutto politici: pensate al grillismo, sono sicuro che almeno il volto di un grillologo vi sia apparso (ora).

Con questo non voglio dare giudizi professionali sui singoli e sul loro lavoro, non me lo posso permettere. E va detto che, almeno per i quotidiani le radio i siti e le tv private, spetta alla proprietà decidere chi sia il direttore, chi il vice o la firma di punta. E’ chiaro però che nel giornalismo, come in tutti gli altri settori stagnanti, la base ribolle come l’acqua in una pentola a pressione. Soprattutto quando, a differenza di quanto possano pensare i non addetti ai lavori, la maggior parte dei giornalisti vive e lavora quasi per la gloria, e non ha nulla ma proprio nulla di assimilabile alla casta di riferimento.

Un confronto fra le condizioni di lavoro degli affermati e quelle della manodopera dell’informazione, per questi ultimi è offensivo.Il messaggio che viene fuori da una manifestazione come quella di Perugia, è che c’è un potenziale umano enorme dietro questo mestiere, ma allo stesso tempo che in Italia al momento non si capisce come possa evolvere. Il consiglio che dava ai ragazzi una delle organizzatrici del Festival (l’ho sentito alla radio) è il solito: andare a cercare fortuna all’estero. Non è che negli altri Paesi l’informazione abbia chissà quali certezze, però è lì che si sente dire che il Wall Street Journal e la Dow Jones stanno organizzando un concorso-stage per giovanissimi chiamati a ripensare il business dell’informazione. “Genietti sregolati”, dice il bando del concorso: “vogliamo il vostro cervello”. Asternersi vecchi saggi.