Ammetterlo è fastidioso, ma bisogna riconoscerlo. I francesi sono più onesti. Degli americani, dei russi, degli italiani e anche degli inglesi. Quanto meno non si sono mai vergognati di mettere davanti a tutto l’interesse nazionale.

Sul primato della Francia hanno costruito teorie di relazioni internazionali e stralciato alleanze. Si sono chiamati fuori dalla Nato nel 1966 (salvo poi rientrare nel 2009) perché l’alleanza atlantica minacciava lo sviluppo nucleare francese; non hanno avuto esitazioni a boicottare la neonata Cee nel 1965 quando una proposta di riforma mise a rischio l’agricoltura locale; non hanno avuto paura, poche settimane fa, a minacciare il veto alle trattative di libero scambio tra Usa e Europa se non fosse stata prevista un’eccezione in materia di cultura. Quando batte i pugni – spesso –, Parigi ottiene – quasi sempre – quello che vuole. Lo fa in nome della sua presunta “grandeur”: di un primato che deriva dalla cultura della democrazia, dalla Rivoluzione del 1789 e – sì – anche dal motto liberté, égalité e fraternité.

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Mi rendo conto che spesso si tratta di capricci non condivisibili, come lo furono i test nucleari di Mururoa nel 1996, un anno prima della moratoria internazionale. Però sono capricci alla luce del sole. Capricci rivendicati – a torto o ragione – in nome del popolo francese, libero di “silurare” il proprio presidente con elezioni o referendum (come accadde a Charles de Gaulle nel 1969).

Lo spionaggio continuo degli Stati Uniti ai danni di amici e nemici, invece, ha un sapore tutto diverso. Profuma di dollari, con un giro d’affari da almeno 6 miliardi l’anno solo per Booz Allen, la società per cui lavorava la “talpa” Edward Snowden. Profuma di bruciato perché nonostante le difese d’ufficio la spy story di Snowden che rivela al mondo i segreti americani mostra come l’interesse di pochi quasi mai coincida con l’interesse dei cittadini. Basti pensare a come la sicurezza nazionale viene appaltata con leggerezza a società private. Spesso a società controllate da fondi di private equity proprio come nel caso di Booz Allen, che il fondo Carlyle ha quotato in Borsa nel 2010 (a proposito, nell’ultimo anno il titolo ha guadagnato il 20%). Non hanno un profumo migliore le condizioni che gli Stati Uniti impogono alle società di telecomunicazioni che vogliono operare nel Paese: secondo il Washington Post sono costrette ad accettare la creazione di una cellula interna che non risponde ai vertici aziendali, ma solo al governo federale. Giusto per aumentare il livello di sicurezza. Di chi poi non si sa.

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Di recente ho rivisto “La Talpa“, il film tratto dal libro di John Le Carré: mi avevano colpito le atmosfere cupe, la sensazione che nulla fosse ciò che sembrava. Una sorta di Matrix della Guerra Fredda. Non troppo lontano, però, dalla realtà che viviamo oggi. Dove la Guerra Fredda non si combatte più tra est e ovest, tra comunisti e liberali o capitalisti (buoni e cattivi decidete voi dove metterli…), ma tra questa e quella società, per un pugno di dollari (o di euro) in più. Una guerra dove l’interesse nazionale francese viene sovvertito e diventa l’interesse corporativo di questa e quella grande azienda.

Probabilmente si comportano così anche giapponesi e – a maggiore ragione – cinesi e russi. Solo che per loro democrazia è solo una parola come tante altre, per noi l’evoluzione dell’illuminismo. Una conquista centenaria che lentamente è sovvertita e sacrificata per interessi che di certo non riguardano la nazione. E di certo non è un caso se nei Paesi industrializzati sono sempre meno i cittadini che votano, come se si fossero accorti che tutto è inutile, o quasi. In America sono meno del 50%: come a dimostrare che se i governi cambiano colore, gli interessi non lo fanno, pronti a intervenire per impedire che accada.