Quando sono uscito dal cinema dopo aver visto “Viva la Libertà”, mi sono chiesto, come molti credo, cosa sarebbe stato se anche Bersani avesse avuto un gemello “pazzo”, uno che dice le cose in modo chiaro e diretto, ma cose semplici, comprensibili a tutti in una situazione difficile come quella che viviamo, uno che “l’unico compromesso possibile è quello con la coscienza della gente”.

Molti hanno trovato una figura simile in Grillo. Non io, lo guardo sempre con pregiudizievole sospetto. Ma questo non conta, o conta solo per me. Io penso che se i Democratici avessero avuto un segretario “pazzo”, oggi non rischieremmo di celebrare la fine del primo partito in termini di voti e dell’ultimo, nel senso tradizionale della parola “partito” (associazione tra persone accomunate da una medesima finalità politica).
Nonostante una campagna elettorale, soprattutto alle primarie, condotta in modo intellettualmente onesto, cioè senza falsi slogan promesse o illusioni – anzi alle elezioni il problema è stato proprio l’assenza di promesse nel senso di impegni – il tentativo di formare un governo e quello di mandare qualcuno al Quirinale, è stato portato avanti seguendo i più vecchi e odiati canoni della prima Repubblica: alla ricerca dell’inciucio, per capirsi, a garanzia delle vecchie forze costituite.
Anche questa è politica, dirà il politico di vecchio conio. Del resto, alcune cose buone sono nate grazie a inciuci e compromessi o, addirittura, in casi estremi facendo anche ricorso alla corruzione, come ricorda il recente film su Lincoln e la legge sull’abolizione della schiavitù. Ci sono uomini che forzano le regole in nome del “bene” comune e altri che piegano quel “bene” alle aspirazioni personali. Per me, entrambi i tipi sono pericolosi.
Bersani negli ultimi tempi è sembrato fare parte del secondo tipo: ha provato a tutti i costi a fare il premier, e si è bruciato. Era riuscito a mettere in scacco i grillini con la candidatura di Grasso e Boldrini alla presidenza di Senato e Camebra, dando sfogo al sentimento popolare che chiedeva un segnale di cambiamento. Poi, però, capito che non poteva prendere palazzo Chigi ha mirato al Quirinale. Ma ha cambiato strategia, puntando all’accordo col Pdl, all’odiato inciucio. E ha perso. Lascia un partito allo sbando, in balia di mille correnti, e senza fratelli. Men che meno “pazzi”.