Don Gallo lo vedevo in giro nei vicoli, ma non lo conoscevo. Il ricordo però è vivo, come l’immagine indelebile del 18 luglio 2001. Pochi giorni prima del G8 di Genova, sale sul palco del concerto di Manu Chao e “canta” un inno all’uguaglianza. Alla giustizia. Erano pochi giorni prima che la mia città venisse sconvolta, travolta. Manu Chao cantava “Clandestino”, la stessa sensazione che provavamo noi genovesi a casa nostra. Clandestini perché fuori dalla zona rossa, clandestini perché mentre i potenti della terra si preparavano a discutere di inutili progetti, noi quella sera a Campi pensavamo alle ingiustizie. E Don Gallo parlava di un mondo senza confini, senza barriere. Un mondo senza clandestini.

Era sempre in direzione ostinata e contraria. Come quando si schierò contro la Chiesa, che chiedeva l’esenzione dall’Imu: “L’emendamento dei radicali sulla richiesta di contribuzione del Vaticano all’economia del Paese non solo è giusto, ma rappresenta anche un’occasione per la Chiesa stessa per recuperare la strada maestra della sobrietà e della vicinanza con gli ultimi”.

Da quella sera a Campi sono passati quasi 12 anni e due recessioni. È esplosa la bolla Internet prima, la bolla immobiliare poi. Le Borse di tutto il mondo sono crollate due volte, e per due volte sono tornate a fissare nuovi massimi. L’ultima volta pochi giorni fa. Eppure da quella sera non è cambiato nulla. Si è solo allargata la forbice tra i primi gli ultimi: i ricchi lo sono di più, i poveri sono più soli.

Immagino che Don Gallo non abbia mai incontrato il premio Nobel per l’economia Paul Krugman, ma sono sicuro che ne abbia letto gli scritti. Anche perché non avrebbe non potuto condividerne la visione economica, soprattutto quando parla di classi sociali. Krugman è convinto – per esempio – che l’austerity con il suo dogma di tagli alla spesa pubblica (pensioni, sanità, scuola, ammortizzatori sociali, ecc…) porti con sé una visione del mondo che rispecchia quella delle classi più abbienti: “I ricchi preferiscono ricorrere al taglio delle spese federali sulla sanità e la previdenza, mentre il grande pubblico vorrebbe che la spesa in quei settori fosse incrementata. Ma ciò che il più ricco 1% della popolazione desidera – dice l’economista – diventa ciò che la scienza economica ci dice che dobbiamo fare”.

Così che, a rimanere indietro, siano sempre gli ultimi. Basti pensare che solo in Italia la metà della ricchezza del Paese è in mano al 10% della popolazione, mentre il rapporto tra la retribuzione di un dipendente e quella di un top manager è arrivato a 1 a 163 (nel 1970 era 1 a 20). Un trend inarrestabile e accelerato dalla crisi, come certifica l’Ocse: le ineguaglianze di reddito sono cresciute nei primi tre anni della crisi, dal 2007 al 2010, più che nei 12 anni precedenti. Nei Paesi Ocse il 10% della popolazione più ricca ha un reddito 9,5 volte più alto di quello del 10% della popolazione più povera, contro le 9 volte del 2007. In Italia il gap è 10,2 volte nel 2010 contro le 8,7 del 2007.

Eppure per ridurre il gap basterebbe poco. Basterebbe un po’ più di attenzione agli ultimi. Secondo Oxfam con 66 miliardi di dollari l’anno si potrebbe garantire quel reddito minimo di sussistenza (1,25 dollari al giorno) a quanti oggi muoiono di fame. Una cifra impressionante, vero, eppure solo in Italia l’evasione fiscale vale circa 182 miliardi l’anno. Per non parlare delle multinazionali – l’ultimo caso è quello di Apple – accusate di eludere ogni anno miliardi di imposte attraverso le loro società in giro per il mondo. Basterebbe poco per non sentirsi clandestini. Basterebbe poco per ricordare Don Gallo.

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