Hai presente la finale del mondiale? Tutti incollati alla tv a seguire gli ultimi 90 minuti. Non è un tempo lungo ma neanche breve. C’è sempre la possibilità dei supplementari e allora la serata si allunga e si arriva fino a tardi. Tensione alle stelle e occhi fissi sullo schermo. Fino all’ultimo non si sa come finirà, soprattutto se c’è stato un sostanziale pareggio delle forze in campo da far sì che tra le due squadre ci sia uno scarto irrisorio.

Fino all’ultimo si resiste, contando di vedere la propria parte prevalere. Ma poi, quando comincia a sopraggiungere la stanchezza e la partita va per le lunghe, quasi non importa più nulla del risultato e si spera segretamente che finisca, comunque vada. Perché un’attesa ha bisogno della sua conclusione, qualunque sia, per placarsi. E’ uno strano meccanismo, inconfessabile: purché finisca. Sono i nervi a chiedertelo. Incombe il sonno e la stanchezza t’inchioda.

Ecco, hai presente tutta questa situazione? E’ esattamente la situazione dell’Italia. Stiamo assistendo a una finale del mondiale ma non da due ore ma da otto settimane: dal momento di chiusura delle urne sono passati quasi due mesi ma stiamo ancora galleggiando, nel cazzeggio totale di un Parlamento non operativo.

Purché finisca, questo è il sentimento che sta crescendo.

La situazione sentimentale del cittadino italiano è quella del tifoso che assiste alla finale del mondiale. L’attesa. Ma questa è infinta, però. Da settimane davanti alla tv, a internet, alla radio, per capire i movimenti, le traverse, i gol mancati, le papere, gli schemi. Una finale infinita, così la stiamo vivendo. Con lo stesso pathos. Una lunga miccia che non esplode mai.

Davanti all’evidenza di essere un caso a parte, non ci resta che sognare la normalità. Nel frattempo “Italiana” potrebbe essere una voce del dizionario di psicologia, per indicare uno stato d’animo. Oppure potrebbe essere una tipologia di forma di governo, da studiare a Scienze Politiche. “Italiana” è la storica modalità di difesa “a catenaccio” sui campi di calcio, delle nostre squadre, solo che adesso siamo un catenaccio che pare non sbloccarsi mai.  Questa eterna finale ci sta sfiancando: un lunghissimo fiato sospeso; la faccia tirata di un Paese in apnea da due mesi. Un infinito tempo supplementare e quel sospetto che avanza, che si trasforma in sensazione, sempre più fisicamente concreta: che mentre gli altri giocano, noi siamo ogni giorno un po’ meno spettatore e un po’ più pallone.