E’ evidente che qualcosa non va. Aspettare le sentenze come fosse la finale di Champions League. Dividersi tra tifosi della Procura o del Collegio difensivo, come se l’Amministrazione della Giustizia fosse una questione di (sola) abilità, passione e fede sportiva e non invece questione di motivazioni in fatto e in diritto, d’indizi e circostanze, di riscontri e testimonianze. Festeggiare per una condanna, che non è mai una cosa bella. Strumentalizzare le decisioni, sia in un senso che in un altro, caricando di significati “altri” eventi che dovrebbero essere ricondotti alla fisiologia di una comunità che si è data delle regole e dei giudici per valutarne la violazione. Agganciare le sorti delle legislature e dei governi a ciò che succede nei palazzi di giustizia. Tutte queste non sono dinamiche da democrazia occidentale. E’ evidente che i provvedimenti giurisdizionali hanno delle conseguenze nel mondo “non giuridico” e quindi anche politico, ma è altrettanto evidente che questo accade soprattutto quando i partiti, con la solita frase “la magistratura delle fare il suo corso”, rinunciano all’autocritica, rinunciano a individuare e perseguire le responsabilità al loro interno, che quando va bene sono solo politiche, e lasciano, piuttosto, incancrenire gli eventi, fino a quando la magistratura non può fare altro che intervenire, in supplenza. La conseguenza è il cortocircuito tutto italiano, arcinoto, da anni, del c.d. scontro magistratura-politica. Ancor di più nell’era del berlusconismo, tempo in cui ci è stato insegnato che l’investitura popolare sana qualsiasi condanna, certifica la purezza e incensuratezza. Il tutto avviene in barba a qualsiasi principio di legalità e uguaglianza formale, in nome di disposizioni costituzionali, richiamate sempre strumentalmente e in modo estemporaneo; citazioni monche, come nel caso dell’art. 1 Cost., sempre citato senza la seconda parte del comma 2, fondamentale per capirne il senso profondo, per intendere che la sovranità popolare non è assoluta ma è essa stessa soggetta a regole e limiti, posti nella stessa Carta e nelle altre fonti del diritto: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Ricevere un voto non basta. Dopo (e prima) del voto, c’è l’ordinamento giuridico e, quando va bene, l’onore e la disciplina.

E’ evidente che le notizie in arrivo dal Tribunale di Milano in queste ore inaspriranno ulteriormente lo scontro: da una parte, i giornali del centrodestra che (ancora di più) urleranno all’omicidio (politico); dall’altra, gli oppositori che sperano in tale evento.

Quasi nessuno si è addentrato nelle vicende (queste e le molte altre) per cercare di capire se eventualmente l’ordinamento giuridico sia stato effettivamente violato dalla commissione di un certo fatto, identificato come reato.  Che è poi questa la funzione del processo penale e non certo quella di decidere le sorti delle legislature.  E invece no. E’ una battaglia politica combattuta su altri campi o almeno è il senso che molti hanno interesse a dargli: sicuramente l’imputato e i suoi supporters, allarmati, hanno la necessità di depotenziare l’effetto mediatico delle sentenze e il miglior modo è optare per attacchi generici, in particolare quando non si riesce ad ottenere soddisfazione con i rimedi giuridici che pur esistono; o quando il capo sceglie di sottrarsi al giudizio, difendendosi dal processo (vedi anche leggi ad personam, scudi vari, legittimi impedimenti, depenalizzazioni) e non nel processo.

Dall’altra, gli avversari, che tutto sommato vedono nella via giudiziaria una scorciatoia per eliminare un avversario che, per mancanza d’idee, proposte e leader veri, hanno visto vincere più e più volte e dettare legge anche quando ha perso. Diverso sarebbe stato se certe sventure processuali del Cav. si fossero verificate nel contesto di un centrosinistra politicamente forte e vincente: a quel punto la strumentalizzazione delle sentenze sarebbe stata impossibile.

Non se ne può più dei supporters sempre e comunque; di chi pensa sia meglio “parlare alla pancia degli elettori” piuttosto che alla testa; della Repubblica fondata sui telespettatori; dei titoloni di giornale, vuoti; delle Camere che votano finte parentele; di chi vuole far passare per moralisti e bacchettoni chi denuncia il mercato delle cose pubbliche in cambio di qualche favore sessuale.

Dobbiamo liberarci dal berlusconismo più che da Berlusconi. Perché è questa mentalità che ha fatto del male al Paese. Ma tanto.