La faccia della crisi può anche essere quella di un F35 che non decolla perché senza benzina. O più semplicemente quella di un museo chiuso perché lo Stato ha esodato centinaia di dipendenti (nel settore si contano circa 900 pensionati l’anno) senza assumere nessuno: situazioni che si ripetono dalla Sicilia alla Lombardia. Due facce della stessa medaglia con approcci diametralmente opposti. Perché se è vero che la crisi taglia costringe a tagliare tutto (o quasi), non è vero che lo Stato lo faccia in modo equo e, soprattutto, lungimirante.

Al di là delle interpretazioni politiche, quindi, criticare l’acquisto di 90 F35 da 100 milioni è piuttosto una questione di numeri. Basti pensare che ogni anno l’Italia spende l’1,7% del Pil in armi e l’1,1% in cultura: 26 miliardi di euro a 16,8 miliardi. E se nel primo caso siamo perfettamente in linea con il resto dell’Unione europea (anzi siamo un po’ più generosi dei nostri partner), nel secondo siamo fermi all’ultimo posto guardando gli altri che spendono il 2,2% del proprio Pil. Incredibile, ma vero: in proporzione investiamo meno anche della disastrata Grecia.

Se non ci fossero strutture che chiudono e persone lasciate a casa quasi ogni giorno, ci sarebbe quasi da ridere pensando che l’Italia è il Paese con il più alto numero (47) di siti Unesco patrimonio dell’umanità (936 in tutto il mondo). Senza contare musei e parchi naturali che hanno fatto la storia – e il turismo – di questo paese. Ma, ancora peggiore, è l’approccio economico al mondo della cultura. E’ sì perché se con un fucile si fa la guerra e poco altro, con la cultura si mangia, eccome.

Secondo alcune stime ogni euro investito in cultura ne rende 4, secondo la Fondazione Italia Futura addirittura 7: tanto per intenderci si tradurrebbero in 117 miliardi di euro, il 7,5% del Pil, abbastanza per ripagare gli interessi sul debito pubblico che versiamo ogni anno. Insomma se guardiamo i numeri, la gara con il settore della Difesa è assolutamente impari: le ricerche più recenti dicono che ogni euro speso in ricerca e sviluppo ne genera 0,37.

Trentasette centesimi che non derivano certo dall’utilizzo di aerei da guerra (utili piuttosto per mantenere inalterati rapporti di forza internazionali), ma semplicemente da aziende come Finmeccanica e Alenia che di ricerca e sviluppo fanno il loro pane quotidiano. Due colossi che per mantenere la loro leadership mondiale non hanno certo bisogno di vendere all’Italia.

Come a dire che meno caccia e più musei farebbero meglio all’economia, creerebbero più posti di lavoro senza intaccare il patrimonio dell’industria militare made in Italy che fa delle esportazioni la sua forza.

Parco rupestre valcamonica