Femminicidio è una parola di cui si sente parlare quotidianamente. A giudicare dall’attenzione mediatica sul tema, sembra essere diventato il principale motivo di allarme sociale. A tal proposito, ad agosto, il Governo ha presentato una serie di novità legislative che, tra inasprimento di pene e nuove regole procedurali, dovrebbero contribuire ad arginare il fenomeno.

La legislazione penale è davvero l’unica soluzione? E comunque, è la più efficace?

Va precisato innanzitutto che nel nostro ordinamento l’omicidio di una donna – o di un uomo – è già punibile con il massimo della pena. Inoltre, già alcune delle aggravanti previste dal codice penale – ad esempio l’avere commesso il fatto con abuso di autorità o di relazioni domestiche; l’avere agito per motivi abietti o futili – sono “utilizzabili” per coprire quelle situazioni che destano particolare allarme sociale. L’attuale quadro giuridico, quindi, non sembra aver bisogno di ulteriori interventi.

Sarebbe più opportuno capire come intervenire nella fase precedente il delitto, prima di arrivare a quell’esito tragico di cui quasi quotidianamente si sente parlare; quelle situazioni, cioè, in cui si creano, poco alla volta, le condizioni per il delitto. Con riferimento agli eventi, però, diversi dall’omicidio in quanto tale le cui molteplici motivazioni sono le stesse di un qualsiasi altro omicidio, indipendentemente dal sesso.

Diversi, infatti, sono i problemi legati alle violenze sulle donne – che sfociano anche nell’omicidio – quando sono prevalentemente domestiche e ad opera spesso di fidanzati/mariti/partner – o ex fidanzati/mariti/partner – . Questi rappresentano un problema diverso, che non è arginabile con il solo codice penale, che si occupa già aspramente della fattispecie omicidio. Proprio per le condizioni nelle quali tali fatti avvengono – legami sentimentali, convivenza – si pone un problema che non è solo di diritto penale. La questione è innanzitutto culturale. L’atto di violenza è frutto, molto spesso di un amaro retaggio che sfocia nell’idea che la donna sia una res, cosa propria da poter gestire. Si confonde così l’amore con l’ossessione, il rapporto con la possessione.  Ecco perché appare necessaria una campagna di sensibilizzazione e informazione che illustri che un’alternativa alla violenza esiste. Capita che le vittime si sentano la causa e, allo stesso tempo, il fine delle azioni violente compiute. Ed è proprio in questi casi che il codice penale serve a poco: perché se è vero che la denuncia innesta la macchina dello Stato, dall’altro, nell’immediato, non risolve né il disagio psicologico di chi subisce certi atti né il problema di una convivenza quotidiana – talvolta anche sotto lo stesso tetto – con il proprio persecutore.

Sono tante le associazioni che lavorano sul territorio e che, prevalentemente con le loro forze, stanno provando a dare il loro contributo alle vittime e che hanno anche ben compreso la differenza tra un omicidio di una donna – uguale a quello di un uomo –  e il c.d. femminicidio. Sono gli antefatti, le dinamiche nei rapporti interpersonali, i comportamenti quotidiani, che segnano questa differenza.

Nella mia Campania, ho scoperto che sta riscuotendo grande successo l’iniziativa portata avanti dal comitato Più Ari – + azioni, + relazioni, + iniziative – ad Avellino L’obiettivo della costituenda associazione è raccogliere i fondi necessari all’apertura di un centro antiviolenza in Irpinia. La somma necessaria è di 15 mila euro, somma che le promotrici stanno raccogliendo attraverso una serie di attività promosse sul territorio come i mercatini di solidarietà, organizzati presso il carcere borbonico del capoluogo irpino grazie alla collaborazione di un’imprenditrice locale, Giovanna Nicoloro.

I centri antiviolenza e le case rifugio sono i luoghi dove personale con competenze diverse – sanitarie, legali – può aiutare, nell’emergenza, chi ne ha bisogno, accompagnando chi lo richiedere, in un percorso di risoluzione del problema anche con il supporto e il coinvolgimento delle Pubbliche Autorità, fornendo, quindi, quella risposta concreta ed efficace che le vittime si aspettano.

E’ il momento anche per le Istituzioni pubbliche di andare oltre gli slogan e gli interventi a volte solo simbolici e diventare operativi: il solco di dove intervenire è già tracciato.

Si ringrazia Francesca Fasolino redattrice di Più Economia per le informazioni relative all’iniziativa irpina.