Morire di pace. È l’ossimoro che, per ragioni politiche, dobbiamo continuare a sopportare. Iraq, Afghanistan, non sono guerre ma sono missioni di pace. Così ci hanno detto. La pace con i morti, i soldati, i kamikaze, gli insorti, i liberatori, i carri Lince, i fucili. Incastrati nelle etichette, nei voti di rifinanziamenti, nel rispetto formale dell’Art. 11 della Costituzione, dove forse il verbo “ripudia”, è troppo debole e va cambiato. Continuiamo a vivere in questo inganno linguistico. E ci sta anche bene, tutto sommato. È rassicurante pensare alla pace.

Giuseppe La Rosa, 31 anni, è l’ultimo italiano, in ordine di tempo, a tornare in una bara. “Morto di missione di pace” scriveranno sulla lapide? L’Afghanistan vede ogni giorno cadere civili e militari, combattenti o innocenti, sotto il fuoco della pace. L’ipocrisia delle etichette ha anche dei risvolti operativi non trascurabili: la definizione di missione di pace o di guerra ha conseguenze pratiche relativamente agli equipaggiamenti dei soldati, nella possibilità di usare mezzi di un tipo piuttosto che un altro, nonché nella definizione delle regole d’ingaggio.

La questione, come quasi ogni cosa in Italia, torna alla ribalta solo quando scorre del sangue: si parla di sicurezza sul lavoro solo quando ci scappa il morto. Si parla di mafie quando ci sono bombe o sparatorie. Si parla di guerra solo quando qualcuno torna in Italia in una bara.

Da un decennio siamo impantanati al fronte, con enorme dispendio di soldi e con risvolti positivi che, a occhio, non sembrano evidenti: la sicurezza degli Afghani non è stata ristabilita e il controllo del territorio è lontano dall’essere effettivo. La paura del terrorismo è ancora viva, ovunque: ogni volta che esplode una bomba in qualche parte del pianeta, la prima ipotesi è il terrorismo di natura islamica. Segno che il problema è tutt’altro che risolto. Anzi, a detta di alcuni, le missioni in Iraq e Afghanistan hanno acuito il problema stesso.

È evidente che ora che siamo dentro a questa situazione, in qualche modo dobbiamo gestirla. Ma almeno si cominci a fare un’operazione verità, che almeno ci si chiarisca le idee anche come monito per il futuro. Si parli serenamente di conflitto, delle bombe, dei morti civili innocenti, dei risvolti violenti e disumani di questi conflitti. Almeno la prossima volta sapremo a cosa si sta andando incontro, con una missione di pace.