L’Italia non è un Paese per start up. E per affermarlo non serve certo Pico Della Mirandola. Basta dare un’occhiata intorno: non si muove nulla. E non certo per la mancanza di idee, quelle abbondano e noi – si sa – siamo maestri nell’arrangiarci. Non si muove nulla perché – manco a dirlo – mancano i soldi. Facciamo fatica a finanziare gli ospedali, figuriamoci la ricerca. Figurarsi poi se a bussare alla porta di una qualunque banca (sì, una qualunque e senza distinzioni) sono tre ragazzi trentenni con la faccia un po’ da nerd. Non se parla nemmeno. Roba che se Mark Zuckerberg si fosse chiamato Marco Zuccherino, e fosse nato a Vicenza anziché a New York probabilmente oggi Facebook neppure esisterebbe (ma forse questo non sarebbe proprio un dramma…).

Inutile girarci intorno. Da noi di soldi non se ne vede neppure l’ombra. Quindi, ricapitolando: abbiamo le idee, qualche incubatore (da H-Farm a Treviso di Riccardo Donadon e NoosaLab di Raffaele Giovine a Milano), ma non abbiamo le risorse economiche. E quelli che le hanno stanno alla larga dall’Italia: basti pensare a quel colosso di Rocket Internet dei fratelli Samwer che nel nostro Paese ha investito parecchio da Dalani (e-commerce di arredamento) e Payleven (sistemi di pagamento per mobile) mantenendo però le attività italiane sotto il controllo della Germania. Come a dire che rimaniamo un Paese marginale. Anche perché sono pochi gli investitori pronti a rischiare in prima persona. Tra i più attivi c’è Luigi Berlusconi, il figlio più giovane dell’ex premier Silvio Berlusconi che ha iniziato a muoversi sotto traccia a caccia dei migliori investimenti, ma è ancora troppo poco per dare una svolta vera al settore delle start up e – soprattutto – evitare la continua fuga di cervelli verso l’estero. Cervelli a caccia di soldi, ma anche di speranze, di qualcuno pronto a scommettere su di loro, a differenza del grigio bancario che si nasconde nelle filiali italiane.

Eppure qualcosa si muove. La Consob, l’organo di vigilanza delle società quotate, ha finalmente disciplinato il “crowdfunding”, la possibilità cioè per le start up di raccogliere capitali attraverso la rete sulla scorta di Kickstarter. Una rivoluzione, perché il privato ha una prospettiva diversa dai fondi di venture capital: può finanziare un progetto che lo attrae per tante ragioni, non solo per avere un ritorno economico certo. Anzi spesso, come nel caso di Kickstarter, il ritorno proprio non c’è, ma resta la soddisfazione di aver contribuito a qualcosa di nuovo. Di aver aiutato un’idea a vedere la luce.

Poco tempo fa, ho scritto la storia di Idea, il taccuino indistruttibile progettato da tre architetti milanesi, rigorosamente under 30: gli servivano 7mila euro per andare in produzione, così pochi che nessuna banca ci ha scommesso. Allora si sono affidati al crowdfunding, solo che fino a pochi giorni fa per accedere a Kickstarter bisognava passare dagli Stati Uniti. Una cosa non banale, senza un contatto affidabile oltreoceano.

Adesso il nuovo regolamento della Consob cambia tutto. La cosa straordinaria è che – per una volta – l’Italia è capofila in Europa; siamo il primo Paese del Vecchio continente a essersi dotato di una normativa chiara, che probabilmente avrà mille difetti, ma un pregio enorme: si muove e lo fa nella giusta direzione.

Secondo i dati Consob, in Italia esistono già 37 piattaforme di crowdfunding: 17 prevedono una specifica ricompensa, 10 sono di puro sostenimento di un’attività (come Kickstarter), 7 prevedono l’ingresso nel capitale di chi investe, 3 si basano su prestiti tra privati compensati da interessi. Da oggi, però, chiunque potrà investire fino 1.000 euro annui (10.000 per le persone giuridiche) per far sognare giovani imprenditori e impedire la fuga di cervelli dall’Italia.