(Prosegue dalla puntata precedente)

Alle 8 vengo svegliato dalla civettuola padrona di casa che si presenta con caffè caldo e marmellata di fichi: un ottimo risveglio domenicale. Faccio colazione con Alain, che ha deciso di fermarsi un giorno a Sutri: è la colazione dell’arrivederci. Si è instaurata una forte simpatia tra noi, lui è una persona speciale, molto colta e molto umana. Mi spiace perderlo per le ultime tappe ma il richiamo del cammino è più forte.

Parto da solo verso Campagnano: la mattina scorre veloce, perso in un limbo tra i miei pensieri e gli splendidi paesaggi che mi circondano. A metà mattina raggiungo e supero i canadesi, Andrea e Valeria sono davanti a me, delle spagnole, dopo la noche de borrachera, non v’è traccia.

via francigena paesaggi

Giunto a Monterosi imbocco il cavalcavia che supera la statale e mi inoltro tra prati brulicanti di pecore brucanti e gigantesche querce centenarie. A un certo punto il sentiero costeggia la Cassia, divenuta una superstrada a 4 corsie, e mi sento chiamare dall’altra parte: sono Andrea e Valeria che hanno sbagliato strada e stanno tornando indietro. Sono alla testa di una corsa fittizia che corsa non è. Rallento, mi prendo il mio tempo e vengo raggiunto dai due e proseguiamo insieme.

A pranzo sostiamo a Monte Gelato, dove ci sono delle piccole cascate; pranziamo con i piedi immersi nell’acqua fredda e ci ritempriamo. Veniamo superati da un misterioso e solingo pellegrino tedesco di cui non saprò mai il nome.

via francigena campagna

Visto che prospettive di accoglienza a Campagnano non sono rosee – le leggende narrano di materassi per terra e di un prete vecchio e scorbutico – decidiamo di bruciare le tappe fino a Formello, dove pare ci sia un nuovissimo ostello dentro Palazzo Chigi (sic!) e addirittura un museo del pellegrino.
Ritroviamo il tedesco che parla solo tedesco a una velocità folle, senza rendersi conto che l’universo mondo non capisce il suo idioma. Provo a parlarci rispolverando un paio di frasi del mio bagaglio linguistico assai limitato. È di Heidelberg, ha perso un amico lungo la strada, ha perso il cellulare e non sa come rimettersi in contatto con lui. E’ intenzionato ad andare dalla polizia di Campagnano per chiedere aiuto per il ritrovamento. Già mi immagino la scena del tedesco che parla solo tedesco alle prese col poliziotto medio laziale che parla solo romano: sarà degna di un film di Totò. Purtroppo non la vedrò mai.

Saliamo a Campagnano, alle quattro del pomeriggio, sotto un sole feroce: una salita folle, ripidissima, perdipiù parlando tedesco; una sorte di contrappasso dantesco per non so quale peccato io possa aver commesso in una vita precedente.

Nel borgo veniamo accolti da una vecchina seduta tutta sola su una sedia all’ombra. Sembra che in centro ci sia una festa in costume. Attraversiamo il borgo fantasma: effettivamente sono tutti in centro per partecipare al Palio di Campagnano, una sfilata in abiti medievali che precede una corsa di asini montati a pelo. Decidiamo che, per quanto sia tutto molto caratteristico, c’è troppa confusione; lasciato il tedesco alle prese con i suoi problemi, ci concediamo una limonata fresca in piazza e ripartiamo. Ormai sono le cinque del pomeriggio, abbiamo percorso 27 chilometri e ce ne mancano ancora 8: un’enormità. Però non fa più così caldo, le gambe tengono, il morale è alto e la compagnia ottima.

La strada sale fino alla chiesa della Madonna del Sorbo, dove ci concediamo un’altra breve pausa; riesco a parlare con l’ostello, ci risponde un ragazzo molto gentile, ci aspettano per la notte.
L’ultima salita è all’ombra di frondose querce; finalmente raggiungiamo Formello ed entriamo trionfanti nell’austero palazzo Chigi, arricchito da busti e capitelli in marmo; saliamo una scala che, a ogni gradino, porta il nome di una tappa della via, da Canterbury fino a Formello. Roma, la destinazione finale, è impressa sulla porta a vetri che dà accesso alla torre e alla terrazza panoramica. Là, in lontananza, si scorge l’agognata meta del viaggio.

Dopo una doccia rintemprante che lava via gli oltre 35 chilometri percorsi, Andrea, Valeria e io ci dirigiamo verso un’osteria suggeritaci dal gestore dell’ostello. Qui abbiamo una sorpresa tra le più gradite: un ambiente in stile contadino, pochi tavolacci in legno, tazze di ceramica al posto dei bicchieri e ai tavoli gente del luogo. Tra gli altri Robertino, pesantemente ubriaco, che pasteggia e parla da solo. A un certo punto si alza, barcolla e uscendo mi poggia una mano sulla testa nell’evidente tentativo, malriuscito, di mantenere l’equilibrio. Mi volto e lo vedo pisciare sul marciapiede davanti all’osteria. La padrona esce insultandolo e maledicendolo, lasciando intendere che non è la prima volta che accade.

La cena è semplicemente perfetta, dall’antipasto (pizze fritte ripiene di mozzarella), al primo (fettuccine al sugo di coda alla vaccinara), al secondo (grigliata di carne alla brace), all’amaro.
E domani l’ultima tappa… San Pietro.

Oggi è Roma o morte. Mi sveglio alle 7 e alle 8 siamo già sulla via con Andrea e Valeria. Seminati i canadesi, Alain e le spagnole, sono rimasti i duri e puri. Mattinata bucolica tra querce e greggi di pecore. A mezzogiorno giungiamo al famigerato guado che, nei periodi di piogge intense, incute tanto timore ai pellegrini. In realtà, visto il periodo secco, l’attraversamento è agevole; leviamo le scarpe e lasciamo che i piedi si rinfranchino nell’acqua fredda. Poco dopo una vipera ci taglia la strada: dopo un’iniziale titubanza battiamo i piedi e i bastoni e il serpentello si dilegua nell’erba alta.

via francigena guado

Arriviamo a La Storta, rincontriamo la Cassia e ci lanciamo negli ultimi chilometri sotto un sole cocente. Oggi fa veramente caldo e la strada è brutta e trafficata. Cerchiamo inutilmente di tagliare nella Riserva dell’Insugherata ma purtroppo è chiusa da rovi e filo spinato. Proseguiamo su via Trionfale fino al parco di Monte Mario: siamo stanchi e non vediamo l’ora di arrivare. Le energie mentali si stanno rapidamente esaurendo. La meta è vicina ma sembra non giungere mai. Il cuore batte forte e percorro quasi di corsa gli ultimi chilometri, destreggiandomi tra la massa di turisti: costeggiamo le Mura Leonine, ecco il colonnato del Bernini e finalmente San Pietro con il cupolone che si erge in tutta la sua maestosità.
La coda per entrare nella basilica è troppo lunga. Andiamo alla ricerca dell’ufficio che ci rilascerà il Testimonium, il documento che certifica il pellegrinaggio.

via francigena san pietro

Siamo pellegrini felici, ci concediamo una doppia birra; poi saluto con grandi abbracci Andrea e Valeria, gli ultimi compagni di questa splendida avventura. Il pellegrinaggio sulla Via Francigena – un favoloso percorso interiore e un indimenticabile viaggio alla scoperta del nostro bellissimo paese – è finito.