In tempo di crisi l’unica risposta è la politica.

“Beh, ovvio” verrebbe da dire. Anche perché se non ci pensa il legislatore a tirarci fuori dalla recessione, sono problemi seri. Solo che in politica più che a tirarci fuori dalla crisi pensano a tirarsi fuori dai loro problemi. Almeno quelli economici. A dirlo questa volta non sono i grillini e neppure un qualche guru dell’antipolitica. A fare la parte del grillo parlante è l’Economist: il settimanale inglese che Berlusconi bollò come comunista, ma che – invece – non ha mai nascosto simpatie conservatrici (in fondo è il magazine per eccellenza della finanza).

E così il grillo parlante inglese ha pensato bene di parametrare lo stipendio dei politici in giro per il mondo con il Pil pro capite dei rispettivi Paesi. Certo, il rapporto non sarà per forza esatto al centesimo, ma rende bene l’idea. A cominciare dalla “ricca e prospera” Nigeria dove la corruzione è di casa – ne hanno fatto le spese anche le italiane Eni e Saipem – e un parlamentare guadagna qualcosa come 190mila dollari l’anno: 116 volte lo stipendio medio di un nigeriano.

Certo sparare sul pianista – e sul politico – è un gioco facile e banale, ma in certi casi si supera il limite della decenza. Io sono convinto che un parlamentare, così come un magistrato e chiunque ricopra un ruolo di responsabilità per la società, debba avere uno stipendio tale da garantirgli l’indispensabile indipendenza. Proprio per non cadere in tentazione, per non farsi ingolosire da tangenti e mazzetta. Ma soprattutto per essere libero, senza preoccupazioni se non quella di agire nell’interesse della comunità.

Ecco, il problema è definire a quanto ammonti questo buon tenore di vita. Nella gran parte dei Paesi democratici (per esempio Stati Uniti, Canada, Nuova Zelanda, Germania, Gran Bretagna, Australia, ma anche Giappone) lo stipendio medio di un parlamentare si aggira intorno a tre volte il Pil pro capite del Paese. Non poco, me ne rendo conto, ma resta un rapporto accettabile, soprattutto in relazione alla qualità che i legislatori garantiscono a questi Paesi.

Certo l’ottimo sarebbero le due volte di Francia e Svezia (in Spagna e Norvegia i parlamentari guadagnano circa 1,5 volte il Pil pro capite), ma per un Paese come il nostro dove il concetto di “servire lo Stato” rimanda la mente più ai fatti del G8 che a quelli del buon governo sembra un’utopia.

Solo che se pagare un politico 2-3 volte il Pil pro capite pare per noi italiani un’utopia, pagarli quasi sei volte (182mila dollari in media) pare ridicolo. Ridicolo per un Paese allo stremo, con un debito pubblico di oltre 2mila miliardi (il 130% del Pil) creato da classi politiche che continuano ad alternarsi. Ridicolo per un Paese che ogni anno su un debito del genere paga 90 miliardi di interessi (soldi che potrebbero essere investiti per la crescita e, invece, sono gettati in un pozzo senza fondo). Ridicolo per tanti motivi: perché mentre il Parlamento ingrassa, le aziende muoiono.

Ma in fondo ognuno ha quel che si merita. Basti pensare che nessun Paese del G8 paga così tanto i propri politici. E in effetti l’Italia nella speciale classifica segue da vicino Thailandia e India (che quanto meno registrano importanti tassi di crescita) ed è inseguita dal Bangladesh.