La disoccupazione è ai massimi dal 1977. Lo ha detto l’Istat pochi giorni fa. Una botta incredibile, anche perché l’istituto di statistica non va più indietro di così: le serie statistiche si fermano proprio al 1977, quando c’era ancora Aldo Moro e nessuno sapeva chi fosse Diego Armando Maradona. Ho provato a rileggere i numeri per cercare qualche appiglio positivo, ma non c’è verso. Da qualunque lato si guardi alla realtà, è notte fonda. Inutile scherzarci su. Ho provato a pensare come fossero gli anni Settanta e poi mi sono ricordato che, all’epoca, i miei genitori neppure si conoscevano. Era ben più di una vita fa.

Solo che la crisi degli anni Settanta arrivava dopo il miracolo economico del Dopoguerra. Era una crisi arrivata mentre l’Italia giungeva al culmine dell’industrializzazione. Una sorta di correzione – come la chiamano gli economisti – che preparava a quella ripresa che puntualmente arrivò negli anni Ottanta. E poco importa che per finanziarla (l’Italia della Milano da bere cresceva molto più veloce del resto d’Europa) il Paese iniziò a indebitarsi. In fondo i debiti sono sani se servono a finanziare la crescita, perché poi verranno saldati grazie alle maggiori entrate (il problema nostro si chiama, piuttosto evasione fiscale) e con la riduzione della spesa pubblica (un’operazione possibile e auspicabile quando l’economia tira, un’operazione quasi criminale quando l’economia è in recessione). Insomma indebitarsi per crescere fa parte del ciclo virtuoso dell’economia.

Oggi, però, la crisi è più profonda. L’Italia perde colpi a ogni giro dell’orologio, ma – peggio – è piombata in crisi dopo anni di crescita zero. Come a dire che la ripresa futura resta un miraggio. La Cgil, il sindacato guidato da Susanna Camusso, ha sbattuto la porta in faccia ai facili ottimismi: per recuperare il Pil del 2007 serviranno 13 anni, per tornare allo stesso livello di occupazione pre-crisi bisognerà aspettare il 2076, solo 63 anni; io ne avrò 95 di anni, e in mezzo saranno passate quasi tre generazioni. Ok, forse lo scenario dei sindacati è anche troppo pessimista e condizionato dalla politica, ma quello dell’Ilo, l’organizzazione internazionale per il lavoro dell’Onu, è anche più duro: in Italia mancano 1,7 milioni di posti di lavoro. Come se tutta la Liguria fosse in cerca di impiego, oppure l’intera provincia di Milano fosse senza lavoro.

I motivi sono molteplici, ma secondo gli esperti dell’Onu le vere cause sono poche. A livello italiano la prima imputata è la riforma Fornero, scritta per incentivare le assunzioni e migliorare la flessibilità in entrata e uscita, che ha, in realtà, soltanto aumentato il precariato. A livello globale la questione è più complessa. Secondo l’Ilo l’aumento della disoccupazione è dovuto soprattutto alla riduzione degli investimenti da parte delle grandi società. I Paesi avanzati nel 2012 hanno rappresentato solo un terzo degli investimenti globali, mentre nel 2000 rappresentavano il 60%. Quelli dei Paesi emergenti sono saliti dal 27% al 47% del 2012, ma non basta: il saldo resta sotto ai livelli pre-crisi.

Eppure le grandi corporate non se la passano male. Gli utili sono tornati e sono aumentati, solo che restano nelle casse delle società, a beneficio degli azionisti. Una strategia che paga nel breve termine, ma che rischia di essere letale nel lungo periodo: senza investimenti, senza ricerca e sviluppo le aziende sono condannate a morte. Non assumono, non alimentano la domanda di beni e servizi e si avvitano su se stesse. Nel frattempo, però, gli indici globali delle Borse sono raddoppiati rispetto ai minimi di inizio 2009 e le società quotate di qualsiasi latitudine hanno segnato un aumento della liquidità dai 2.300 miliardi di dollari del 2000 ai 5.200 miliardi del 2008 e ai 6.500 miliardi del 2011.

E mentre i disoccupati a livello mondiale sfondano quota 200 milioni, continua a salire lo stipendio di amministratori delegati e top manager. In Germania, ad esempio, l’incremento per i top manager dei grandi gruppi è stato del 25% tra il 2007 e il 2011, con un rapporto tra la remunerazione di un ad e quella di un salario medio salito da 155 a 190. Il record però spetta agli Usa, dove gli amministratori delegati delle principali società nel 2011 hanno guadagnato 508 volte il salario del lavoratore americano medio.

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