#CAPIRESETTEMBRE @lavedovabianca

Il sonno gioca con me a braccio di ferro molto spesso, credo mi consideri una degna avversaria.

Lavora ai fianchi, non cede, mi sfianca.

Non così quella notte, quella notte non mi aveva ancora sconfitta.

Ti tenevo la testa sulle gambe, mentre mi chiedevi che senso avesse tentare di capire settembre, la sua frenesia, i buoni propositi, il buio che incombe.

Mi sfioravi appena con la punta dei polpastrelli, come se temessi di essere catturato, come se la pressione delle dita imprimesse troppo di te sulla mia pelle di cera. Avrei voluto che le mie cellule epiteliali sapessero raccontarti storie di silenzio e levità, ma settembre era alle porte, folgorante, stupefacente, violenta come un addio.

Tra i vestiti sparsi sul pavimento, si annidava la risposta, inesorabile come il serrarsi delle mascelle durante un orgasmo: settembre non è malinconica, le richiederebbe una fisionomia diversa, morbida, ben definita, mentre invece arriva troppo di corsa e troppo in anticipo, inaspettata, affannata, nevrotica, sempre fuori luogo.

Non è un rimpianto, né un ricordo amaro, è solo vorace, disturbata, frenetica. Settembre è puro desiderio, e per questo muore in fretta.

E l’attimo preciso in cui sai che qualcosa sta per spezzarsi, il dopo, quando hai messo a tacere le ansie agostane e il sorriso si contrae e si spegne, è il rumore di una foglia che si stacca, le vene dei miei polsi che sembrano sempre lì lì per rompersi.

Settembre è così: lancinante come una fitta, un’eterna incompresa. Veloce, scostante, capricciosa.

Apro gli occhi, ti osservo, sorridi. Te ne stai lì, umido, evanescente, ed io conto le stelle che ricordo a memoria mentre altrove si ciancia di guerra. E per amarti ho bisogno di sentirti distante, perché se ami a settembre, brami.

Il mio letto è il nostro campo di battaglia. Hai vinto e sei già lontano. Janis corregge il whiskey col graffio della voce, mi alzo e mi guardo allo specchio. Diazepam sotto la lingua per sconfiggere almeno il mio compleanno. Ho i capelli come serpenti, i muscoli che si rilassano, tremano, ritornano alla quiete, gli occhi stanchi.

Sono bella e incomprensibile, complessa come le sfumature dei tramonti d’autunno, col fuoco tra le mani come le sere d’estate.

Potente, rapida, selvaggia, nervosa, ambigua.  Una vacanza a buon mercato, snob, un vezzo, rischiosa.

Il portone si chiude di scatto, ti lascio fuggire senza fiatare. Insieme a te saluto settembre, che è arrivata, maleducata come al solito, senza avvisare.

Apro la finestra, respiro, rabbrividisco

In fondo, sono come settembre, e settembre non si ama, né si capisce.

 

#nonCAPIRESETTEMBRE @UnLuigi

Forse anche stavolta ho perso del tempo, a cercare di trovare l’algoritmo della nostra passione. E invece potevo svenire un po’, gioiosamente. Il culmine fu quella sera, ti ricordi? Che stare con la testa sulle tue gambe non mi stava per niente chiarendo le idee, su di te, su di noi e sul senso di quello che ci diceva settembre.

Tu eri bella e immobile, come sempre, a fabbricare in silenzio pensieri. Io ti sfioravo, cercando di sentirli, perché certe cose le capiscono solo i polpastrelli. Non capivano benissimo, ma coglievano qualcosa, come quando si capisce il senso di una frase dalle poche parole raccolte nel frastuono di Corso Buenos Aires, alle 18:30 di un giorno feriale.

Quella di andare via fu la mia solita scelta non geniale. Nel destreggiarmi tra i vestiti sparsi ovunque sul tuo pavimento e nel cercare le mie cose, più mi affrettavo e più inciampavo. Pensavo ancora a noi e a settembre, ai suoi propositi e alle sue idee, per niente ragionate anche se costruite nell’ozio d’estate. Forse settembre mi diceva che non tutte le strade sono un percorso? Ma lo sapevo da agosto! Solo che anche stavolta l’ho pensato da solo. Tu non avevi la sua stessa attitudine, quella di chi sta solo trenta giorni e poi va via, quella di chi “ma comunque ci vediamo” e già sai che passerà un anno, almeno.

Quando sento il rumore del portone che si chiude di scatto, sono già in strada cercando di ricordarmi la mia direzione. La tua ombra è sdraiata sul pavimento e non posso vederla da qui. Non sento neanche l’inutile freddo capitato per caso stasera; troppo impegnato a pensare che sono arrivato tardi, che non ho chiamato in tempo gli artificieri, per far disinnescare il tuo amore non appena intravidi quel detonatore.

Potremmo riprovarci ad ottobre? A sdraiarci senza togliere le scarpe e lasciarci esplodere per un po’, per vedere l’effetto che fa essere vulnerabili, come in quelle serie tv con il nome di una città e il CAP nel titolo, e scoprire se anche nella realtà parte al momento giusto una bella colonna sonora.

Ma forse tu sei come questo mese e forse ho sbagliato a non parlarti del mio niente, ma è solo perché non ho capito settembre.

 

Prima che ti avevo tutta per me e non ti capivo, poi lontano ho capito chi eri e ho avuto paura di perderti: come un rimorso per non averti capito prima, come se la sorte mi volesse punire per la mia distrazione. Solo di questo avevo paura e non di uccidere o di essere ucciso. Mi fai poggiare la testa sulle tue gambe, solo toccandoti sono sicuro di averti ritrovata” – Goliarda Sapienza, L’arte della gioia.

 

september song

 

Credits photo: Alessia Di Donato