Dalla Grecia alle guerre puniche passando per le tensioni sociali che stanno travolgendo l’Europa: da Atene a Madrid, dall’Italia e Cipro. La disoccupazione è alle stelle: in Grecia uno su quattro è  senza lavoro, uno su due tra i giovani, in Italia va poco meglio (la disoccupazione e’ all’11,7%, quella giovanile oltre il 35%), ma nel mezzo della peggior crisi dalla fine della guerra è una magra consolazione.

Sembra tutta colpa della Merkel (sì, il cancelliere tedesco che Berlusconi definì poco elegantemente come “una signora grassa con cui non fare sesso” per usare una perifrasi). Eppure la Germania continua a crescere, a creare posti di lavoro forte del patto stretto con i suoi cittadini all’inizio degli anni duemila sotto la spinta riformatrice di Gerard Schroeder. Dalla cogestione delle aziende tra azionisti e lavoratori alla tassazione ridotta del 50% sui redditi fino a 30.000 euro; dall’eliminazione della pressione fiscale sui redditi fino a 10mila euro ai finanziamenti statali a favore delle start-up. Una scommessa rischiosa che però non ha tardato a dare i suoi frutti: la disoccupazione in Germania è scesa sotto il 6%, con più disoccupati tra gli uomini che tra le donne.

Certo parte del successo tedesco è dovuto all’Europa, all’euro che ha permesso alla Germania di esportare in tutto il mondo a prezzi più competitivi di quanto avrebbe potuto fare il marco, ma a differenza dei suoi partner Berlino non si è comportata come una cicala: ha tagliato i costi quando l’economia cresceva e aumentato la spesa pubblica nei cicli di crisi. Esattamente l’opposto di Italia, Spagna e Grecia che hanno continuato a spendere quando non serviva e stretto i cordoni della borsa quando il Paese era in crisi d’astinenza.

E’ vero, oggi, fa comodo accusare la Germania di cinisimo, di affamare l’Europa. E comprensibile è l’odio di tanti per Angela Merkel e il suo ministro delle finanze Wolfgang Schaueble, ma solo perché ci piace giocare allo scaricabarile. Meglio attaccare qualcun altro che rimboccarsi le maniche e mettersi al lavoro. Meglio incolpare la Merkel che riconoscere il fallimento delle politiche del lavoro in Italia (che, peraltro, sono solo servite a creare conflitti generazionali tra padri e figli). Più facile prendersela con la Germania e la richiesta dell’Ue di ridurre il deficit che ammettere la totale assenza di una politica industriale che in Italia si è tradotta nella perdita di Alitalia, Edison, Parmalat, Bulgari – solo per citare i casi più recenti – passate sotto il controllo di azionisti esteri. Insomma l’Italia che si lamenta è la stessa che si è lasciata sfilare un gioiello come Ducati dalla tedesca Audi senza batter ciglio. Eppure adesso vorrebbe che i tedeschi fossero indulgenti. Si preoccupassero dei vicini europei, ma sono solo illusioni. La Germania si ammorbidirà solo quando il resto d’Europa seguirà il suo esempio. Ma d’altra parte non potrebbe fare altro: altrimenti come giustificherebbe i sacrifici fatti ai tempi della riunificazione?