Un bel gioco dura poco. Anche se a giocare è Facebook, che pure di strada ne ha fatta: dalle stanze dell’Università di Harvard a Boston, il social network di Mark Zuckerberg è entrato nelle case di 1,1 miliardi di persone in tutti il mondo. Quasi 700 milioni di persone si collegano almeno una volta al giorno. Un colosso da miliardi di contatti giornalieri, che valgono oro in termini di informazioni (pubblicitarie) e alla faccia della privacy: sul web ogni cosa è pubblica. Come ci chiamiamo, chi è la nostra fidanzata, cosa fanno i nostri (beh, vostri) figli, per che squadra tifiamo. Si sa perfino quale gusto di gelato preferiamo e che auto sogniamo. Ma non c’è nulla da fare, nella rete si trova di tutto. Un po’ come succedeva una volta sulla Pagine Gialle. Solo che prima erano le aziende a pagare per farsi trovare dai consumatori, ora succede il contrario: sono i consumatori che pagano per farsi trovare. E sì, perché tutte le informazioni che registriamo sono utilizzate per raccogliere pubblicità a pagamento e ogni “like” che mettiamo serve solamente e migliorare la profilazione dell’utente.

Insomma, un sistema a prova di bomba per macinare ricavi e produrre utili. Al punto che lo scorso anno la quotazione in Borsa di Facebook è diventata un evento mediatico globale. Neppure fosse il Super Bowl. Fanfare e squilli di tromba per il debutto del secolo con una valutazione da sogno (100 miliardi di dollari), per una società che lo scorso anno faceva quasi fatica a fare utili. E quest’anno la situazione non sta certo migliorando. I profitti crescono, ma deludono analisti e azionisti, con il titolo che in Borsa è letteralmente sprofondato: dal debutto, un anno fa, ha perso oltre il 30%. Diecimila euro investiti a maggio dello scorso anno sul titolo di Mark Zuckerberg oggi valgono poco più di seimila. E poco importa che quasi ogni giorno la società faccia annunci trionfali. Il mercato non ci crede.

Facebook Borsa

La prima fu General Motors che decise di azzerare i propri investimenti pubblicitari sul social network perché il ritorno era troppo basso, poi è stata la volta di Warren Buffett. L’oracolo di Omaha, l’uomo che non sbaglia un colpo, si è chiamato fuori da Facebook: “Meglio investire sull’economia reale”. E ancora oggi compra giornali locali (sì, giornali locali cartacei), ma non Facebook. Peggio: lo definisce un pessimo investimento. E non sono in pochi a pensare che abbia ragione.

In fondo a febbraio il social network compirà 10 anni, un’eternità per il mondo Internet. Anche perché nel frattempo sono nati siti rivali di tutti i tipi, ma soprattutto con tassi e margini di crescita più ampi. Da Twitter a Wazzup, da Instagram (comprata proprio da Facebook) a Pinterest. Social network tematici e non generalisti come Facebook, e per questo più appetibili dagli utenti e, a ruota, dalla pubblicità.

Insomma, probabilmente Facebook non scomparirà, ma dovrà cambiare per reggere l’urto delle novità e soprattutto delle nuove genarazioni. Perché se per noi trentenni lasciare Mark Zuckerberg avrebbe un costo sociale enrome in termini di amici e contatti, per i teenager questo o quel social network sono pari. Di certo anche per Mark Zuckerberg vale quello che diceva mia nonna: “Un bel gioco duro poco”.