Prosegue dalla puntata precedente

Cielo smaltato di blu, vento fresco, in cammino “tra holline e hasolari qui c’è un olio senza pari” come recitava una vecchia pubblicità. Se esiste il paradiso si chiama Toscana: vigneti, ulivi, cipressi. È lo stereotipo della Toscana nell’immaginario collettivo. La regione più bella del mondo, non v’è dubbio. Trovatemi un altro posto al mondo dove paesaggio, enogastronomia e cultura si fondono così perfettamente.

Michel e io camminiamo spediti: all’abbazia di Bose raggiungiamo Pat e Ivan e faccio le debite presntazioni. They only speak english, il parle seulemant français. Il dialogo è difficile. Grandi sorrisi e poco altro. Già si intravede la turrita San Gimignano, borgo medievale tra i meglio conservati al mondo. Di 74 torri ne rimangono 14; comunque stupefacente. Sembra di entrare in una cartolina.

Raggiungiamo il punto più alto e ci godiamo il picnic. Io mi gusto focaccia, pecorino toscano e finocchiona: non plus ultra! Poi mi sdraio sulla panchina e mi appresto a godermi la siesta. E qui succede l’imprevedibile: arriva una scolaresca di tredicenni romani. Burini, bifolchi, urlatori e bestemmiatori. Giuro di non aver mai sentito così tante bestemmie in bocca a dei ragazzini. Urlano come scimmie. Addormentarsi è impossibile; vorrei squartarli come agnelli sacrificali ma la pigrizia mi vince. Finalmente se ne vanno ma il momento è passato. Il sole picchia duro sui pellegrini, ci dirigiamo verso il convento di Sant’Agostino alla ricerca di Padre Brian (personaggio evidentemente uscito da un film dei Monthy Python). Nella chiesa si tiene un concerto della Philarmony Orchestra di Masawanuga, Massachussets, USA. Frotte di troppo giovani americane mi scrutano con malcelato desiderio; o forse sono io che le scruto. Finalmente troviamo il nostro Caronte che ci scorta alla nostra celletta.

parte 6_3

Torniamo in centro e coinvolgo il morigerato focolarino Michel in una duplice degustazione di Vernaccia di San Gimignano. Parliamo in francese stretto di politica europea e geografia; scopro che è stato direttore del personale di una delle più grandi aziende di Francia. La veste del pellegrino rende semplici anche le persone più elevate.

Gli chiedo un giudizio sullo Napoleone, personaggio storico forse più apprezzato nel centro Italia che in Francia. Scopro che oltralpe sono ben pochi i luoghi intitolati all’Imperatore mentre il nostro paese brulica di corsi, vie, piazze, fori intitolati a Bonaparte. Ceniamo in un ristorante ricavato all’interno di un vecchio monastero; ad accoglierci una cameriera d’indicibile bellezza che ci serve ribollita, pappardelle al cinghiale e dolci al cucchiaio. Tutto annaffiato da un Chianti DOCG da 14 gradi che concilia il meritato riposo nel silenzioso convento.

Sole, cielo blu, vento fresco, le bandiere delle contrade medievali garriscono sulle alte torri nel luminoso mattino. Michel vorrebbe partire senza colazione ma io mi oppongo: senza cappuccio e brioche alla crema non vado da nessuna parte. Mi concedo la colazione del campione e poi via verso i nostri 25 chilometri (o forse anche più) giornalieri.

Nel sole del primo mattino la turrita San Gimignano si erge e svetta come la Minas Tirith tolkieniana. Meno imponente forse ma assai più reale.

Scavalchiamo vallate e attraversiamo querceti, guadiamo ruscelli di una limpidezza cristallina, contorniamo filari di viti che mettono i boccioli, promesse di copiosi raccolti autunnali, destinati a trasformare l’uva nel prezioso nettare che gli animi allieta.

Camminiamo di buon passo: Michel è piccolino ma di gamba lesta. Poche parole, tanto cammino. Sbagliamo strada, scorgiamo un uovo di color grigiastro: nemmeno il tempo di domandarsi da quale animale provenga che una fagianella si leva in volo di fianco a noi.
Superiamo fontanili abbandonati, invasi dai rovi e corrosi dal tempo; tutto profuma di tempo smarrito. Borghi costruiti intorno a venerande pievi col loro silenzio raccontano i secoli che furono. In tali scenari è facile, anzi inevitabile, abbandonarsi al lirismo.

Si è fatta ora di pranzo e il corpo reclama il suo nutrimento. Ci stendiamo sotto i pini silvani e ci pasciamo di pecorino e pane, alla guisa degli antichi pellegrini. Il medioevo si è fermato qui.

Il cammino riprende il suo corso fino all’Abbazia d’Isola, il cui guardiano è nero e ha le sembianze di un moresco nordafricano. È incredibile come il tempo modifica i costumi. Pensate se nel ‘400 ci fosse stato un moresco a guardia di un’abbazia. Sarebbe stato un sacrilegio. Oggi è normale o, se non altro, accettato. Mi guardo indietro e nella caligine intravedo lontane cime imbiancate dall’ultima neve e le possenti torri di San Gimignano. Davanti a noi, come per incanto, appare Monteriggioni, racchiusa entro possenti mura. L’ultimo chilometro è come l’Alp d’Huez al Tour de France: caldo, pendenza, stanchezza. Varchiamo l’arcata che taglia le mura ed entriamo in un piccolo scrigno, a lungo conteso tra Firenze e Siena. Una minuscola chiesa con un tabernacolo del 1100 ne costituisce l’attrazione principale. In 10 minuti giriamo il paese e poi on boit un coup.
Al tramonto arrivano, stremati, anche Pat e Ivan, dopo 12 ore di cammino. Lui ha bisogno di una bombola d’ossigeno e soprattutto di una birra gelata, altrimenti sragiona.

parte 6_1

Si va a cena finalmente: crostino toscano, fagottini ripieni di pecorino e pere con salsa di noci e vino del contadino. Tanto basta a soddisfare i bisogni primari del pellegrino.

Michel parte presto: non l’ho nemmeno sentito però mi ha lasciato un biglietto di arrivederci. Pat e Ivan partiti anche loro. Sono solo con i miei pensieri. Oggi fa caldo e la fatica si fa sentire. Ma la tappa è breve e la meta è intrigante: Siena.

Attraverso il Pian del Lago che fu pianura malarica, bonificata da Leopoldo di Toscana nel ‘700. Mi inerpico tra i boschi e giungo alla meta o almeno così penso. Entrato a Siena mi attende una salita sull’asfalto sotto il sole dell’una. Le gambe si ribellano, la testa mi dice “Fermati”. A metà della salita mi siedo all’ombra, sul ciglio della strada, e mi riposo.

Entro in città per la porta principale, trovo un bar e mi concedo crostone tartufato e birra.

Piazza del Campo è costellata di Americani e Cinesi. Ammiro lo splendido duomo e poi mi attende una cena luculliana a base di fusilli salmone e zucchine, pecorino e salumi toscani e panforte.

parte 6_4