Prosegue il viaggio di Stefano verso Roma. In questo articolo potete trovare la puntata precedente del suo percorso lungo la via Francigena.

Stamattina decido di essere più realista del re e più svizzero dello svizzero: indosso i calzini e i sandali. Non molto sexy ma decisamente comodo. Finalmente abbandoniamo l’asfalto per un po’. La strada sale e poi scende: Thomas ha una vescica sotto il piede, a me fa male il muscolo. Si arriva all’asfalto e lo distanzio di molto. Supero il fiume Serchio, Lucca si avvicina. Finalmente intravedo le possenti mura medievali, la meta è in vista. Entro trionfante in città e trovo alloggio presso l’Arciconfraternita della Misericordia. Mi godo la città spazzata dal vento, giro sulle mastodontiche mura senza parapetto, visito le bellissime chiese in candido marmo e mi godo una birra nella stupefacente piazza dell’Anfiteatro, ricavata da un monumento romano del II secolo d.C., trasformata nel XIX secolo in piazza contornata di case. Mi ricorda il Teatro di Marcello a Roma: una sovrapposizione di stili, un riutilizzo dell’esistente. L’Italia è come il maiale, non si butta via niente.

Il centro di Lucca mi ricorda Roma: palazzi seicenteschi e settecenteschi dalle facciate sontuose e un po’ délabré. È austera e scintillante allo stesso tempo. Una Roma più pulita, più composta, dove le biciclette sostituiscono i motorini e ci sono meno auto. I muri sono puliti. Piccole botteghe di cuoiai e corniciai si alternano a negozi di brand famosi. In piazza San Frediano giovani sbandieratori vestiti con corpetti e giubbe multicolori recitano il loro variopinto spettacolo a uso dei turisti entusiasti.

Sono preoccupato per Thomas: alle 6 non è ancora arrivato in ostello. Alle 7 finalmente vedo il suo zaino e il sacco a pelo. Non sono ancora riuscito a liberarmi di lui ma sono contento che sia arrivato. Vado a cena in un delizioso ristorante e mi concedo un maialino arrosto e una crema catalana. Poi gironzolo per le strade fiocamente illuminate da sparuti lampioni. L’atmosfera serale, terminata la bolgia di turisti, è magica, soffusa, avvolta in un silenzio quasi irreale.

Torno in ostello e, come un personaggio del libro Cuore, scrivo i pensieri della sera. Il silenzio è rotto da un’ambulanza che parte a sirene spiegate proprio sotto la mia finestra. Spero che a Lucca facciano meno servizi che a Milano altrimenti si prospetta un somnus interruptus.
Oggi saluto Thomas che lascia la via e faccio la conoscenza di Clement, un francese ultrasettantenne che sta andando da Siena a Santiago: 2300 chilometri!

Inizia a piovere e comincia il balletto: metti la k-way, fa caldo, toglila, metti il cappello, esce il sole, metti gli occhiali, arriva la nuvola, toglili.
A metà strada incontro Ivan e Pat, una coppia di canadesi di Calgary, sulla sessantina; lui parla con la patata in bocca e non si capisce niente, lei invece è più comprensibile. Chiacchieriamo sotto una pioggerellina fine che ci accompagna fino ad Altopascio, dove veniamo alloggiati dall’ordine monastico dei cavalieri di Tau. Qui incontro Pablo e Javier, due ragazzi spagnoli che stanno percorrendo la via in bicicletta.

La mattina successiva piove fitto, deciso, insistente. Così decidiamo, gli Spagnoli e io, di prolungare la colazione nel suggestivo e accogliente bar della piazzetta di Altopascio. Pablo mi regala un coprizaino – ne ha tre – e così risolvo il problema che mi aveva angustiato dal primo giorno.
Mi accommiato dagli spagnoli e riprendo la via. La pioggia man mano diminuisce e mi godo il profumo dei boschi madidi e odorosi. La primavera rifulge in tutto il suo splendore: nodose querce, sfavillanti ginestre, tappeti di margherite costellano il paesaggio.

via francigena prati

Incontro il selciato che Filippo Augusto, re di Francia, percorse al ritorno dalla II crociata. Le pietre trasudano storia. Intorno tutto è testimone dei secoli.
Passo il ponte mediceo su un affluente dell’Arno e mi fermo per pranzo su una panchina: pane, mortadella e una mela costituiscono il mio desinare. Poi mi appisolo sulla panchina.

Riprendo a camminare e vengo assalito da nugoli di moscerini; nello stupido tentativo di scacciarli urto i bastoncini tra di loro e succede l’imponderabile. Uno dei due bastoncini si spezza di netto a metà. Come disse Sofocle: Tragediaaaaa! Rimango basito e un po’ amareggiato. I miei bastoncini, compagni di mille gite in montagna, di sci-alpinismo… Mi sento come quando finisce un amore di gioventù, il cuore si spezza. Ma l’amore di gioventù è come una stanza di un palazzo nobile, tappezzata d’oro. Fa bella figura ma poi gratti con le unghie e le lamine vengono via e sotto rimane il legno grezzo, marcio e deperito. Così è il mio amore di gioventù, inutile… come il mio bastoncino.

Gli do degna sepoltura a Fucecchio, davanti alla casa natale di Indro Montanelli: è un modo per rendere onore a entrambi.

Attraverso Fucecchio in un tranquillo sabato pomeriggio e mi rendo conto di come, mentre nelle altre città il sabato i ragazzi giocano a pallone o mangiano il gelato, qua si allenano a suonare i tamburi e sventolare le bandiere. Giovani ragazzine si prodigano a trovare il ritmo della percussione sotto gli occhi attenti dei loro allenatori.

Finalmente attraverso l’Arno, melmoso e pastoso, e incontro nuovamente i canadesi, Pat e Ivan.
Proseguo con loro fino a San Miniato, dove mi sistemo presso l’ostello della Misericordia.
Come nelle barzellette siamo io, due francesi poco espansivi e un belga fiammingo giramondo.
San Miniato è divisa in due, il Basso, popolato da marocchini, e l’Alto, abitato da vecchi. Oltre a queste due categorie poco altro. Eppure qui passarono Federico II di Svevia, per gli amici “Stupor mundi”, e Napoleone Bonaparte, per gli amici “il casinista”.

via francigena paesaggio

Mi fermo per una birra e un panino nell’unico bar aperto e faccio amicizia col proprietario, ragazzo sveglio. Mi conferma che il paese è tristo e smorto, se non fosse per quel po’ di turisti che transitano andando da Firenze a Pisa.

Dopo due birre e due panini riprendo la strada dell’ostello. Quivi giunto ritrovo il ragazzo belga, Tess. Un personaggio. È partito a ottobre in bici da Leuwanen e sta andando in Turchia (o forse in Iran, non lo sa bene nemmeno lui). Ha la bici, una tenda, un fornello da campo e tanta voglia di andare. Vive sulla strada, facendosi ospitare tramite Warm Shower, l’AirBnb dei ciclisti. Ha girato tutta la Francia, poi è stato 3 mesi a Massa, insomma un clericus vagans ciclista.
Parliamo di viaggi e libertà, avventure e incontri.

Al mattino parto verso Gambassi: una tappa splendida, nel cuore della Toscana, tra le province di Lucca, Pisa e Firenze. Il centro del mondo rinascimentale, teatro di mille battaglie e nucleo dell’irradiamento dell’italica cultura nel mondo. Comincio l’anabasi verso il borgo alto, spira un vento teso di levante che fa venir voglia di alzare le vele e partire verso il mare. Invece cammino. Solo, in uno scenario paradisiaco, mi concilio con il creato. Dolci e ondulate colline mi contornano, il vento scompiglia le messi, le nuvole si rincorrono rapide. Perso nei miei pensieri macino chilometri finché raggiungo Ivan e Pat, i canadesi. Mi unisco a loro per un po’, poi mi fermo per pranzo. Mi stendo sulle dure crete sensi e mi gusto il panino, lasciando che l’occhio vaghi libero e rincorra i pensieri. È la pace, è la libertà. Riprendo il cammino e ribecco i canadesi: non li lascerò più fino a Gambassi.

Qui giunto, mi accomodo all’ostello di Sigerico, adiacente a una suggestiva pieve romanica del 1200. Conosco Franco, il gestore, che con la sua splendida famiglia gestisce l’ostello. Dopo avermi fatto visitare la chiesa mi lascia per andare a prendere un pellegrino che si è perduto: è un francese che partito stamattina da Altopascio cerca di arrivare a Gambassi. 50 chilometri: una follia. È disperso tra Coiano e Corazzano, in cerca di un ostello che non esiste. Ormai è sera e Franco lo recupera con l’auto; faccio così la conoscenza di Michel, un francese di 73 anni, appartenente al Movimento dei Focolari, un ordine parareligioso fondato da un’italiana, che ricerca la fratellanza tra gli esseri umani. Michel ha percorso due volte il cammino di Santiago e ora sta andando a Roma. Parliamo francese, ne approfitto per esercitarmi. Ormai passo con una certa disinvoltura dall’inglese al francese allo spagnolo. Più che un pellegrinaggio sto facendo un corso concentrato di lingue straniere: mi mancano l’arabo e il cinese e sono a posto. Ceniamo alle 7.30 nel refettorio della canonica, io e lui, serviti e riveriti dalla famiglia di Franco. Poi loro vanno a casa e rimaniamo io e Michel nel silenzio della sera.