Il racconto di Stefano prosegue da questo articolo.

Parto per Radicofani sotto un cielo plumbeo, carico di pioggia; la nebbia avvolge la Val d’Orcia e rende tutto soffuso, fatato, quasi irreale. Dopo solo un chilometro, percorrendo la cresta, vedo in lontananza una torre che si staglia netta, definita contro il cielo. Intervisto un passante e ho la conferma che si tratta di Radicofani, la mia meta. Sembra lontano anni luce ma non mi spavento: è presto, non fa caldo e mi sento tonico sulle gambe. Oggi mi mangio la strada.

L’itinerario si sviluppa intorno al Monte Amiata, l’Olimpo degli Etruschi, un vulcano spento da oltre 700.000 anni. Svetta prepotente dall’alto dei suoi 1700 metri sulle dolci colline circostanti. Dopo un’ora giungo a Vignoni, minuscolo borgo fortificato, rimasto pressoché immutato dal ‘300 a oggi. Nel silenzio della domenica mattina solo un gatto mi osserva da una finestra. Non vi sono altri segni di vita. Scendo lungo un ripido sentiero a Bagno Vignoni, località famosa per le terme fin dai tempi antichi; al centro del paese una vasca d’acqua sulfurea riempie la piazza: qui si bagnarono Caterina da Siena e Lorenzo il Magnifico. Inizia una tenue pioggerellina. Mi infilo in un bar e mi concedo la seconda colazione aspettando che spiova.

Attraverso il fiume Orcia e noto i resti di un ponte in pietra, forse romano, forse medievale, spazzato via dalla furia delle acque in un tempo imprecisato. Il sentiero si inerpica tra i vigneti con magnifiche vedute; a una svolta intravedo un minuscolo torrente sotto di me: tolgo scarpe e calze e immergo i piedi nell’acqua fresca e cristallina. Un toccasana.

Raggiungo Pat e Ivan a una fontana, sono partiti alle 6.30 ma dubitano di arrivare a destinazione. Gli consiglio di fare l’autostop; mi chiedono: “Ma è legale farlo in Italia?” Sorrido e annuisco: ci mancherebbe.
Dopo una breve pausa riprendo a pieno ritmo, la meta è ancora lontana e soprattutto tutta in salita. Incontro la vecchia Cassia, la strada che fin dall’età consolare collegava l’Urbe con Firenze. Da qualche anno hanno costruito una variante che si snoda in valle con viadotti e tunnel, così la vecchia strada è abbandonata: differenti strati di asfalto si sovrappongono, tutti ugualmente corrosi dal tempo, dalle intemperie e dall’incuria. Sembra un lungo serpente grigio che muta la pelle senza che se ne formi una nuova.

via francigena percorso

Scendo nel letto di un torrente e lo guado coi sandali, col prevedibile risultato di infradiciarmi i calzini. Ormai è un percorso ascetico: sono solo, io contro la fatica, contro i miei limiti; le gambe sono stanche, le giunture dolgono ma la mia testa e il mio cuore battono all’unisono e mi incitano a salire. Sempre più mi rendo conto di come la fatica sia soprattutto un fatto mentale: è il cervello a darmi lo stimolo per continuare.

Incrocio un gregge di pecore e dopo poco vedo una pecora solitaria sul sentiero; noto che è zoppa. Ho visto cavalli zoppi, cani zoppi, perfino un’anatra zoppa… ma una pecora mai. Il primo pensiero è come fare ad aiutare il povero animale. Il secondo è più utilitarista: potrei scuoiarla, farmi un cappotto di lana e cuocerne la carne allo spiedo. Il terzo pensiero è più cinico: “Sai che c’è, pecora? Stanotte ti mangeranno i lupi.” Non sapremo mai la fine dell’infelice ovino.

Verso la fine della mia salita raggiungo Vanni e Carla che stanno terminando la loro tre giorni camperistica. Proseguiamo insieme fino al limitare del bosco, dove si apre uno scorcio mozzafiato: a destra l’Amiata in controluce nel fulgore del sole che invano cerca di sfondare la muraglia di nubi, a sinistra la possente torre di Radicofani.

via francigena torre Radicofani

Bisogna tornare all’anno 1000 e immaginare la maestosità di questa fortezza che si erge al confine tra Toscana e Lazio, a dominio del declivio che domina la piana verso Viterbo e il Lago di Bolsena.

Mi installo in ostello e, non pago degli oltre 30 chilometri percorsi oggi, comincio l’ascesa alla fortezza: vengo ricompensato dal panorama di cui si gode dalla sommità della collina. Lo sguardo spazia tutt’intorno e il cuore si riempe di gioia. Con quanto fiato ho in gola grido: Libertaaaaaà!

via francigena monte amiata
Mi sveglio e apro la finestra: una nebbia soffice e pastosa avvolge il borgo.

Soffia un vento gelido di tramontana. Come dicono i velisti, un merdone staziona sulla mia testa, pronto a scaricare cascate d’acqua gelida. Incurante delle condizioni metereologiche parto cantando. La strada scende subitaneamente verso la pianura.

Dopo un’ora incontro i canadesi e Alain, un francese di Narbonne, che ha dormito con me. Compito ed elegante bancario in pensione, occhiali tondi alla John Lennon, ha un ritmo simile al mio; camminiamo insieme e ne approfitto per rinfrescare il francese. È una persona dai molti interessi: parliamo di politica estera, della situazione del mondo arabo, di immigrazione, di integrazione culturale, di cinema, di storia e di letteratura.
Una delle cose belle di questo cammino è che si parlano un sacco di lingue. Ormai passo con nonchalance dal francese all’inglese e viceversa; ogni tanto mi confondo e parlo a Ivan in francese, così io non capisco lui e lui non capisce me.

via francigena pellegrini
Percorrendo la Cassia entriamo in Lazio. La strada è segnata da cippi in pietra che marcano l’approssimarsi a Roma: 136 chilometri. Il cielo sopra di noi è sempre più cupo e da un momento all’altro temo che ci caschi sulla testa.

Arriviamo ad Acquapendente, evitando la pioggia per un pelo, e troviamo accoglienza nella casa del pellegrino, luogo austero, freddo e umido. I vestiti che ho lavato ieri sono ancora bagnati e dubito che si asciugheranno stanotte. I canadesi giungono un’ora dopo di noi, completamente fradici. La pioggia però non ha tolto loro il buonumore. Siamo arrivati presto e ci concediamo un meritato riposo. Alain è rimasto affascinato dall’Aperol Spritz, per cui usciamo sotto il diluvio alla ricerca di un bar. Due spritz e poi a cena in un accogliente ristorante dove fanno il menù del pellegrino: per 15 euro ci danno antipasto, primo, secondo, contorno, dolce, acqua e vino.

Oggi dà pioggia, quella vera, non si scappa. La mattina passa tranquilla con qualche raggio di sole tra le nuvole. Cammino con Alain e si parla di letteratura e politica francese: Hugo e Hollande, Maupassant e Le Pen, Flaubert e Juppè.

Arriviamo a metà tappa e si apre una fantastica veduta del Lago di Bolsena, il più grande lago vulcanico d’Europa. Sembra un grande specchio con le due isole, Bisentina e Martana, incastonate come perle. Compro delle olive e un giornale, trovo una panchina e mi siedo a leggere e mangiare godendo della magnifica vista. Alain e i canadesi proseguono ma so già che li riprenderò.

Finita l’ultima oliva… plin, la prima goccia di pioggia mi cade sulla testa. Impacchetto velocemente lo zaino e mi addentro nel bosco: un’esplosione di ginestre gialle segna il cammino nel fango.
La pioggia aumenta, raggiungo i miei compagni di viaggio e acceleriamo verso la meta. Ormai è pioggia fitta, Alain e io arranchiamo curvi e bagnati tra i rigagnoli che percorrono il sentiero. Poca voglia di parlare, tanta di arrivare.

via francigena bolsena

A Bolsena troviamo alloggio presso un convento di suore, ci accoglie una sorella dalla Tanzania, gentilissima. Mostriamo le credenziali e scatta la domanda trabocchetto: “Conoscete la storia di Bolsena?” “ Mah, veramente no.”
Inizia la filippica: sede di un miracolo, santa Cristina, il corpus domini…
Io sono interdetto, la suora parla a macchinetta in Italiano, Alain non capisce e si limita a sorridere. “Sorella, veramente saremmo fradici, vorremmo posare lo zaino.”
Lei continua, imperterrita: il re, il Papa e la Madonna. E ride, ride, ride….

Finalmente ci fa accomodare in stanza, hanno perfino i caloriferi. Forse stanotte i vestiti si asciugheranno. Il resto del pomeriggio passa tra una visita del borgo e qualche birra e termina con la solita cena franco-canadese.