Prosegue dall’ultima puntata.

Dopo Siena la strada si snoda tortuosa sulle creste delle dolci colline, lo sguardo si perde in lontananza tra le Colline Metallifere e il Monte Amiata, una sorta di Montagne Nebbiose e Monte Fato in ragù di cinghiale (citazione per tolkieniani indefessi).

La mattinata passa veloce fino a quando scorgo, in lontananza, un’enorme, orribile costruzione che male si coniuga con la bucolica atmosfera che mi circonda. All’inizio penso che sia un grattacielo e penso: “chi è il pazzo che ha dato i permessi per costruire tale obbrobrio”? Man mano che mi avvicino mi rendo conto che è un enorme silos, alto forse 50 metri, alla cui sommità è posta una torretta di comando simile alla plancia di una nave. Il tutto versa in un deplorevole stato di abbandono e disfacimento. Passo oltre ma la via sembra non riuscire a staccarsi da questa nefasta bruttura.

Imbocco un sentiero e incontro un contadino con stivali, cappello e carriola, sembra uscito da un film di Pieraccioni; mi fermo a far due parole. Gli chiedo del silos e mi spiega che è abbandonato dal 1962. Si è parlato di recuperarlo, di farne un museo (di cosa non lo so e faccio fatica a immaginarlo), di abbatterlo… la realtà è che dopo oltre 50 anni è ancora lì, una ferita inferta alla bellezza di questi luoghi.
Gli chiedo del suo lavoro, di cosa coltiva e mi rendo conto che è proprietario di mezza collina, seminata a grano. L’aria di questi posti mantiene giovani perché il nonnetto ha 84 anni e io non gliene avrei dati più di 75.
Gli chiedo se ha qualcuno che lo aiuta nel lavoro dei campi. “Dio bono, il trattore”, è la sferzante risposta.

Al successivo punto di sosta incontro Pat e Ivan. Riprendiamo il cammino insieme e si ripetono vecchie dinamiche: lei parla a macchinetta, lui farfuglia con la patata in bocca e ride delle proprie battute. Per compiacerlo abbozzo un sorriso anche io pur non capendo sempre cos’ha detto.
Tra una parola e l’altra giungiamo alla nostra meta, Ponte d’Arbia, piccolo paese sull’antica via Cassia; un incrocio tra Whistle Stop, le 4 case di Pomodori Verdi e Fritti alla fermata del treno, e un paese del west in un film di Sergio Leone. Questo per farvi capire che non c’è nulla.

lungo la via francigena

Chiediamo informazioni sul rifugio per i pellegrini e ci indirizzano verso un vecchio e scrostato edificio al di là del ponte. La chiave è sotto lo zerbino – ci dicono – entrate e accomodatevi. Non hanno molta paura dei ladri da queste parti.

A me sembra una reggia, è vuoto, siamo solo noi tre. Pat e Ivan si accomodano nella stanza a due letti, io nella camerata grande. Non passano nemmeno 5 minuti che Pat torna e, con malcelato schifo, mi dice che secondo lei ci sono i vermi nel letto; mi conduce in una meticolosa ispezione sanitaria di materassi e coprimaterassi, indicandomi alcuni microscopici puntini neri. Io annuisco poco convinto. Poi mi dice: “Vedi questi ragnetti sul materasso? Vuol dire che c’è cibo fresco”.
Tra il sarcastico e l’annoiato le dico che ho la casa in campagna e sono abituato ai ragni.
Lei non si dà per vinta e coinvolge nella discussione lo scazzatissimo Ivan, che vorrebbe solamente mettere i piedi sotto il tavolo e farsi una birra.
Tanto fa e tanto dice che convince il marito a trasferirsi nell’affittacamere di fronte. Evidentemente nell’asettico Canada non sono abituati a qualche animaletto che gira per casa.

Ci ritroviamo a cena nell’unico ristorante del paese: Ivan vuole gli spaghetti con le vongole “cause I’m definitely a spaghetti-man, you know”. Riesco a convertirlo ai pici cacio e pepe. Entusiasta!
Dopo cena rimango da solo nella grande villa su due piani, buia e silenziosa. Mi aspetta una lunga, solitaria notte: Io solo dentro una stanza.

Mi sveglio tutto solo nella grande casa: il mostro della Val d’Arbia non mi ha preso stanotte. Una leggera caligine sale dal fiume e avvolge il piccolo borgo. Mi incammino per il sentiero e, giunto in cima, ammiro il miracolo di Madre Natura: dolci colline verdi e vigneti. Vengo rapito dalle ottagonali tele di ragno, intrise di piccole, perlacee gocce di rugiada. Rimango parecchi minuti a guardare ipnotizzato il lento e costante lavorio dei ragni che tessono le loro geometriche trappole.

Scendo verso Buonconvento, dove morì Arrigo VII, l’eroe di Dante, colui che avrebbe dovuto unificare l’Italia. Sul muro del municipio una targa ricorda i risultati del Plebiscito per l’annessione della Toscana al Regno d’Italia nel 1860: i sì ottennero percentuali bulgare tanto forte era l’anelito per lo Stato unitario 150 anni fa.

via francigena verso roma

Riprendo il cammino e verso mezzogiorno giungo presso un’azienda agricola dove un cartello attira la mia attenzione: Pilgrim’s break. Per 6 euro danno acqua, panino e un bicchiere di Sangiovese. Ho un’intuizione: i canadesi saranno sicuramente fermi qui. E infatti eccoli seduti al tavolo a degustare amabilmente il nettare degli dei, in compagnia di due brasiliani. Mi unisco alla compagnia.

Riparto, supero Pat e Ivan e mi godo il panino sulle dure crete senesi. È nuvolo ma fa caldo e l’aria è pesante e umida. Vengo risuperato dai canadesi ma li ritrovo poco dopo sul sagrato di una chiesa che si massaggiano i piedi doloranti.

Poco dopo incontro una coppia che avevo già incrociato ieri, Vanni e Carla; sono i primi Italiani che incontro. Percorriamo un pezzo di strada insieme e mi raccontano che hanno un camper e che si muovono a pezzi, usando il camper come base d’appoggio. Al termine di ogni giornata tornano indietro con i mezzi pubblici o in macchina a riprendere il camper. Macchinoso ma efficace.

Seguiamo il tracciato della vecchia Cassia fino a San Quirico, punto d’arrivo della tappa. Qui ci aspetta un’esposizione di auto e moto d’epoca tra cui un inquietante sidecar nero delle SS, risalente al 1944. Un vecchietto mi racconta che si ricorda quando arrivarono le avanguardie tedesche: scesi dalla moto iniziarono a urlare parole incomprensibili e ad agitare i mitragliatori. Racconto inquietante tanto più oggi, giorno della Liberazione.

Siamo alloggiati presso la parrocchia. Verso le 7 giunge un manipolo di giovani italiani abbastanza distrutti e accaldati. Anche loro sono partiti da Ponte d’Arbia ma evidentemente sono meno allenati, perché sembra che abbiano attraversato il Sahara sui gomiti. Dopo un breve ma esaustivo giro del borgo vado a cena con Pat e Ivan, sempre più innamorati del cibo italiano.
Dormiamo tutti insieme in camerata: i 6 allegri ragazzi morti (di stanchezza), Pat&Ivan e io.
Era la prima volta che dormivo con i canadesi e spero anche l’ultima.

Lasciate che vi descriva meglio Ivan: alto, grosso, largo, nerboruto e con un ciambellone al posto della pancia. A volte tali individui hanno il respiro lieve di una principessa, molto più spesso russano come trattori. È il caso del nostro Ivan.
Io ho messo i tappi per le orecchie e in breve tempo mi sono addormentato. Nel mezzo della notte vengo svegliato da quello che credo sia un evento sismico di magnitudo elevata. Invece è il russare di Ivan che produce movimenti tellurici di inaudita potenza. Il rumore è attutito dai tappi ma, quando ne ho tolto uno per saggiare di persona questo fenomeno acustico, mi sono spaventato.
Sembra che un orso canadese si fosse addormentato in una segheria durante un raduno di Harley Davidson. Un rumore tritonale con aspirazione sincopata squassa l’aria e produce effetti financo sui movimenti dell’anticiclone delle Azzorre.

I 6 malcapitati, evidentemente sprovvisti di tappi, si producono in una serie di rumori, dalla tosse convulsa e reiterata, a fischi, miagolii e schioccar di dita. Ovviamente senza successo visto che Ivan è dotato a sua volta di tappi superprofessionali, modellati sulla forma del suo padiglione auricolare. Rimetto i tappi, mi giro dall’altra parte e riacciuffo il treno del sonno.

Il racconto sul cammino di Stefano lungo la Via Francigena prosegue la prossima settimana!