Prosegue dalla puntata precedente

Antefatto
Ieri, giunti nel tardo meriggio a Previdè, minuscolo borgo di case in pietra a pochi chilometri da Pontremoli, consci dell’ora tarda, cercavamo un alloggio per la notte. L’unico B&B era chiuso ma c’era un numero di telefono. Ho miracolosamente trovato campo e ho chiamato con il telefono di Karin per chiedere accoglienza: il proprietario si è tuttavia profuso in mille scuse dicendo che non poteva darci ospitalità perché la caldaia era rotta. Un po’ delusi abbiamo ripreso la strada per Pontremoli.

Stamattina, colto dal rimorso, il proprietario ha richiamato Karin e le ha proposto di offrirci la colazione a Pontremoli. Inutile dire che, allietati dal beau geste, abbiamo accettato con entusiasmo. L’appuntamento è all’Antica Pasticceria degli Svizzeri, bel locale in stile liberty; qui facciamo la conoscenza di Marco e di sua moglie Marzia, una coppia sulla sessantina che, andati in pensione (beati loro!), hanno deciso di aprire un rifugio sulla Via. Dopo anni di lavoro in città, il loro progetto è fondare una comune in un piccolo borgo sperduto degli Appennini e passare gli ultimi anni della loro vita tra amici, dando accoglienza ai pellegrini della Francigena.
Nell’attesa che questo benemerito progetto si realizzi ci fanno conoscere Amor, il dolce tipico pontremolese, e, davanti a un cappuccino, ci confrontiamo sulla vita e su altre quisquilie. Gentili e illuminati. Persone speciali. Succede anche questo sulla Via.

La giornata

Perché mi scerpi? Non hai tu spirto di pietade alcuno?

Così Pier della Vigna, consigliere di Federico II di Svevia, si rivolge a Dante nel canto XIII dell’Inferno. A Pontremoli c’è la piazza dove fu accecato Pier, reo di tradimento verso l’imperatore.
Bella e sonnacchiosa città sulle rive del Magra, ricca di storia e palazzi, fu baluardo all’ingresso della Via di Monte Bardorum (via dei Longobardi) fin dal VII secolo.

Dopo aver girato per il paese e essere saliti al castello, K&K ripartono per Milano con grandi abbracci e qualche lazzo. “Siam tre piccoli pellegrin, siamo tre sul cammin, mai nessun ci dividerà, trallalallalallà”.
Io riparto verso la mia prossima meta. Lasciata la statale mi inoltro tra boschi, prati e tracce di un’Italia contadina: squallide case da geometri di provincia contornate da orti lussureggianti e campi dove razzolano galline e cavalli, mucche e gatti. Una mattinata bucolica.
Lungo un sentiero il mio sguardo incrocia un contadino che sta operando un albero. Mi fermo e osservo affascinato il suo lavoro. Mi spiega: “Sto facendo un innesto speciale; innesto un salice piangente su un salice domestico e poi tiro i tralci di vite”. Apprendo nozioni botaniche che un giorno potranno tornarmi utili.
Pranzo davanti a una pieve romanica del VI secolo e mi rendo conto che sto facendo indigestione di pievi romaniche del VI secolo; incontro più pievi romaniche del VI secolo che persone.

Tolgo le scarpe e stendo i panni, ancora umidi, ad asciugare sul tavolo da picnic; poi mangio focaccia e pecorino fresco. Rifletto sulla minimizzazione dei bisogni del pellegrino: mangiare, dormire, vestirsi. In una società schiava dei bisogni indotti la Via diventa scuola di vita.

Dopo pranzo mi addentro in un bosco. Sembra di camminare fuori dal tempo: non un rumore disturba i pensieri non lineari del pellegrino; mi rendo conto che, camminando, la mente vaga in maniera indefinita, da un lato pensando in maniera astratta, dall’altra catturata dall’osservazione di quello che mi circonda, con i sensi sempre all’erta.

Il ritorno alla realtà è subitaneo: esco dal bosco in un gruppo di case, sento abbaiare e – improvvisamente – un cane mi viene addosso ringhiando e mi morde un polpaccio.
Fortunatamente non affonda il colpo e a me non rimane nessun segno. Il proprietario si prodiga in mille scuse dicendo che l’hanno bastonato e che, da quando è successo, il cane è diventato aggressivo. Nessun danno, nessun rancore.

via francigena pellegrinaggio

Riprendo il mio cammino, passo per il bel castello di Lusuolo e alle 7 arrivo ad Aulla, una delle città più brutte d’Italia. Giungo all’abbazia e incontro Don Giovanni, personaggio particolare. Non mi fa nemmeno togliere le scarpe e mi subissa di parole: mi racconta di Aulla, di un tessuto sociale degradato, di una città brutta con 10.000 abitanti e 1000 extracomunitari non integrati, centro di contrabbando della droga tra centro e nord Italia. Le partite di droga arrivano a La Spezia e vengono trasferite qua: qualche anno fa l’Antidroga ha intercettato un container con oltre una tonnellata di cocaina: uno dei più grandi sequestri di droga in Europa.
Finalmente riesco a entrare nella doccia e a riconciliarmi con il mio corpo stanco. Alle 9 mi cala la palpebra e vado volentieri a dormire che domani mi aspetta la traversata delle colline fino a Sarzana. Rientro in ostello, al pianterreno stanno facendo le prove del coro tra alleluje e ave marie.

Sveglia di primo mattino perché dormo sotto la campana e alle 7: don don don…

A proposito di don, don Giovanni è gentile, oltre che simpatico, e mi offre caffè e biscotti in canonica tra vasi del X secolo ed effigi del santo locale. Nel ’44 una bomba con 250 chili di tritolo cadde sull’abbazia ma rimase miracolosamente inesplosa. La fecero brillare nel 2003 e ora la tengono come cimelio. Fa impressione vedere un siluro di ferro tra immagini di Gesù e candelabri votivi.

Mi telefona l’amico Nikolaus che mi raggiungerà a Sarzana per il pranzo.

Parto per la tappa quotidiana, solo 15 chilometri, ma tosti, tutti nel bosco con salite ripide tra i sassi e i rovi. Mi inoltro tra i castagni fino al paese di Vecchietto (nomen omen), popolato solo da gente anziana, tranne un uomo di mezza età che lucida con devozione la sua Alfa Brera color ciliegia. Entrando nel piccolo borgo mi assale un profumo libidinoso: qualcuno sta cucinando zuppa di cipolle. Nonostante siano solo le 11 del mattino mi assale una fame bestiale e mi fermo per la seconda colazione (arancia, taralli e grana) sotto un olmo cinquecentenario.

Arrivato in cima alla collina capisco perché la linea immaginaria che separa l’Italia continentale da quella peninsulare va da La Spezia a Rimini: dall’alto si capisce bene come La Spezia e le zone limitrofe costituiscano un bastione, una cesura tra il mare e le montagne, un limen tra l’Italia mediterranea e quella nordica. Dietro di me le Alpi Apuane e l’appennino tosco-emiliano, davanti il mare. Penso alle sensazioni provate nei tempi antichi dai pellegrini che magari non avevano mai visto questa distesa blu.

La vegetazione cambia radicalmente da un versante all’altro: castagni e faggi lasciano il posto a pini marittimi, ulivi e ai primi filari di vite. Anche il profumo dell’aria è diverso, si passa dal clima secco dei monti all’umidità marina.

Arrivo a Sarzana, dove vengo festosamente accolto da Niko e Stefano; ci sistemiamo in un ristorante all’aperto e ci concediamo un lauto pranzo: crostini toscani, testaroli al pesto e pannacotta al basilico, tutto innaffiato da un ottimo vermentino dei Colli di Luni. Contaminazioni toscane nell’ultimo lembo di Liguria.

Stanotte sarò ospite nella chiesa di San Francesco. Mi fanno accomodare nelle sale della parocchia, stendono un materasso per terra, mi danno coperta e cuscino e oplà… questa sarà la mia sistemazione. Spartana, non c’è che dire. Poso lo zaino e coi miei compagni di giornata proseguiamo il giro: entriamo in duomo e comincia una discussione articolata sui danni causati dalla Controriforma, non tanto a livello dottrinale (quelli sono indubbi) quanto a livello architettonico. A qualcuno non piace il barocco, figlio della Riforma Tridentina, ma io porto gli esempi di Roma, Torino e Lecce, centri di incontestabili capolavori di questo stile. Coinvolgiamo anche il prete nella nostra discussione e inizia a raccontarci le diverse sovrapposizioni di stili della cattedrale e le sue evoluzioni, dalla base romanica, al rifacimento gotico, alle aggiunte barocche fino ai rimaneggiamenti rococò. Italia terra di tesori nemmeno troppo nascosti.

Gli amici riprendono il treno per Levanto e io mi avvio verso il mio giaciglio. Surprise… Ho compagnia per la notte. Spero in una pellegrina alta e bionda, invece si presenta Thomas, svizzero di San Gallo. Comunque è un personaggio: tempo fa ha percorso il Cammino di Santiago partendo da casa. 2400 chilometri in 5 mesi. Parte oggi da Sarzana e chissà dove arriverà.

Il diario di Stefano prosegue la prossima settimana con una nuova avventura. Stay tuned!

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