… Prosegue da qui

Mi sveglio col sole del primo mattino, dopo una notte costellata di sogni, scendo a fare colazione e incontro Andrea, l’Imperatore degli Ospitalieri: lo sguardo è diretto, la mente aperta e l’accento parmense. Parliamo a lungo, si lamenta della mentalità della gente della sua provincia, ricca ma dalla mentalità limitata… tutto il mondo è paese. Scopro che l’anno scorso a Cassio si sono fermate solo 600 persone, praticamente due al giorno. Nulla in confronto a Santiago, percorso ogni anno da circa 200.000 persone.

Mentre la biancheria asciuga al sole dell’alba decido che oggi me la prenderò comoda. Karin e Katia, le mie compagne di strada, vorrebbero arrivare fino a Pontremoli (36 chilometri), io dico che sono matte. Scopro che l’ostello della Cisa aprirà solo a fine aprile, quindi l’unica possibilità è fermarsi a Berceto, a 11 chilometri di distanza. Convinco K&K che non ce la faranno mai ad arrivare a Pontremoli e che vale la pena di camminare piano e godersi la giornata.

Prima di partire ci concediamo un breve giro della splendida pieve romanica e ammiriamo un enorme cedro cinquecentenario, testimone della calata degli Svizzeri su Roma nel 1506 (le future guardie del Papa). La vegetazione è brulla, c’è stato un cambio repentino, le conifere han lasciato spazio alle latifoglie, che ancora non sono sbocciate. Percorriamo una strada lastricata di ciottoli, di probabile origine romana: muretti a secco lasciano intendere che qua sfrecciassero i cavalieri dell’Impero con i dispacci per i governatori delle province. Il sole picchia forte e ci inerpichiamo verso Castellonchio. Qui ci attende un borgo deserto ma tappezzato di cartelli motivazionali che ci riempiono il cuore e la testa di messaggi a metà tra l’insurrezionale e il volemose bene. “La vita va costruita mattone per mattone”, “Solo tu sei padrone del tuo tempo”, “Siate pazzi, siate come bambini”.

via francigena cartelli

Il morale è alto ma la fame incalza: ci fermiamo per un picnic sul prato con vista a 360 gradi sul bellissimo mondo che ci circonda. Poi ci concediamo una siesta. Ci svegliamo a fatica ma la meta ormai è in vista. Quasi calpestiamo una vipera ai margini del sentiero, poi giochiamo come bambini saltando dai covoni di fieno.

berceto via francigena

I piedi stanchi ci conducono a Berceto, arriviamo nella piazza e scatta la Birra del Viandante: strameritata e stragoduta! Trasciniamo un tavolino in mezzo alla piazza per goderci il sole del tardo pomeriggio. Il vigile del paese, uno strambo vecchietto dai baffi bianchi, intima ai guidatori dei Suv che ci posteggiano a fianco di spegnere il motore per non dar noia a noi poveri viandanti abituati all’aria pulita.

Trovato alloggio presso la spartana Casa della Gioventù, visito la splendida chiesa romanica e il suo tesoro costituito da candelabri, paramenti sacri e un fantomatico calice di vetro, uno dei mille Santi Graal sparsi per l’Europa, portato dalla Bretagna da un poco noto San Moderanno, vescovo di Reims. Tutto trasuda medioevo.

cattedrale berceto

Finalmente si va a cena in locanda. Un sogno: tagliatelle impastate a mano con sugo d’agnello, spalla di vitello – la più tenera che abbia mai mangiato, tutto annaffiato dal lambrusco.

Oggi la tappa sarà lunga; oltre 30 chilometri, da Berceto, in Emilia, attraverso il passo della Cisa, fino a Pontremoli, in Toscana.

Appena fuori Berceto incontriamo un contadino che lavora l’orto, lo salutiamo e lui inizia a raccontarci la storia della sua vita. Io sono in piedi su un sentiero sassoso, con 10 chili di zaino sulle spalle, il sole negli occhi e 500 chilometri da percorrere, però rimango ad ascoltarlo, un po’ per rispetto, un po’ per curiosità.

“Perchè io ho viazzato, sai? Sono stato a Sciaffusa negli anni 60, siamo emigrati, lavoravo alla GeorgeFarbenStokazzen, facevamo torni di precisione, ……”.
“Interessante, guardi, ma io sto andando a Roma”.
“Aaaah, mi saluti tanto il papa, che l’è tant una brav person. E dica un’Ave Maria per me”.
“Sì, sì, non mancherò”.
(Cari i miei venticinque lettori, quando sarò giunto a Roma ricordatemi di recitare un’Ave Maria per il contadino di Berceto).

karin katia

Salutiamo l’arzillo ottantenne e ci inerpichiamo verso il passo. Camminano veloci le figlie degli Incas. Giunti in cresta si apre uno scenario spettacolare: montagne innevate, un vento fortissimo; lo sguardo spazia verso la Toscana e si spinge fino alla ricerca del mare, purtroppo ancora lontano.
Le ore volano, le gambe macinano chilometri; finalmente arriviamo al passo della Cisa, ci concediamo picnic e birretta e componiamo l’Inno del Pellegrino, un pastone rimato italo-spagnolo.

Cammina pellegrino
Verso il tuo destino
Metti i piedi avanti
Sulla strada dei viandanti
Adelante pone la pierna
Hasta la ciudad eterna.
Guarda in cielo, guarda intorno
Capisci quanto è bello il mondo
Attraversa l’Appennino
Animo Pellegrino!
Con il sole e con il vento
Il pellegrino è sempre contento
E nel cammino pensa forte
A quella ch’è la sua sorte
Di camminare non si stanca
Anche se gli duole l’anca
E seduto intorno al tavolo
Ricorda il Salto del Diavolo.

Terminato il meritato riposo, passiamo sotto un portale in legno che segna l’inizio della parte toscana della via. Inizia anche il massacro della discesa spezzagambe, tra boschi e paesaggi da Signore degli Anelli. Sembra la Nuova Zelanda e invece è la Lunigiana.

via francigena portale
A metà pomeriggio arriviamo presso un borgo sperduto: l’età media è 75 anni e tutti possiedono la vecchia Panda o l’Ape Piaggio. Non so come finisco in casa della signora Armida a sfogliare le Pagine Bianche (esistono ancora!) alla ricerca del numero di telefono del convento dei Cappuccini che ci dovrebbe ospitare stanotte. Sotto cosa lo cerco? Convento, Cappuccini. Niente… Alla fine idea geniale di Armida che chiama un suo conoscente che “ogni tanto fa il pellegrino e sicuramente lo sa”…

Comunque nessun risultato, al convento non risponde nessuno. Intanto si sono fatte le 5 e mancano ancora 9 chilometri a Pontremoli.

Scendiamo ancora e c’è un torrente da attraversare ma il ponte è crollato: altro giro, altro guado, nell’acqua fredda e smeraldina. La voglia di fare il bagno è tanta ma il tempo è tiranno.

pellegrine

Arriviamo in un altro borgo e capisco che, se proseguiamo lungo il sentiero, il rischio di dormire nel bosco è concreto. Una vecchina di paese ci consiglia l’asfalto e, tra i mugugni di K&K che vorrebbero scavalcare l’ennesima collina, mi impongo e dirotto il gruppo verso la rassicurante striscia grigia. Dopo poco un’apparizione: una Fiat Punto grigia, guidata da un arzillo vecchietto munito di coppola, si ferma in mezzo alla provinciale facendo ampi gesti di volerci offrire un passaggio. Io vorrei accettarlo ma K&K rifiutano con gentile fermezza. Il signore, piccato per il rifiuto, spegne il motore in mezzo alla strada (in verità per nulla trafficata) e ci racconta la sua storia: ha 88 anni, ha fatto il contadino tutta la vita e ci indirizza verso il parroco, don Pratolongo, che ci darà sicuramente ospitalità.

Dopo un’altra ora finalmente arriviamo a Pontremoli e ci dirigiamo verso il convento dei Cappuccini. Il convento è sbarrato, chiuso, spento, buio, silenzioso; non un suono trapela dalle mura seicentesche. Chiedendo in giro apprendiamo che i frati, rimasti in tre, un anno fa sono stati trasferiti a Reggio Emilia e le chiavi le ha il Don. Chiediamo indicazioni alla gente del luogo e finalmente all’ora di cena troviamo la casa del Don. Suoniamo il campanello e inizia un abbaiare furioso, seguito da una finestra che si apre; appare il viso gioviale del Don che ci fa cenno di attenderlo. Insieme al Don esce, ringhiando e abbaiando, Diana, il suo cane lupo di 80 chili; pare che sia inoffensiva ma i canini sono lunghi e l’abbaiare potente.

Spieghiamo la situazione al Don che inizia a smadonnare (in senso metaforico, ovviamente), dicendo che le chiavi lui non le ha, inizia a fare una serie di telefonate alle buone donne della parocchia per trovarle. Io nel frattempo, come Fantozzi, vedo San Pietro seduto sulla traversa, ho i piedi doloranti e sembra che mi sia entrata la sabbia nelle palpebre che faticano a rimanere aperte. Alla fine riusciamo a mangiare, a trovare un letto nel convento e ad appendere la biancheria alla bell’e meglio.

Il racconto di Stefano Mazzotti prosegue la prossima settimana!