Stefano Mazzotti, 37 anni, anima vagabonda, bocconiano atipico, refrattario alla scrivania, esploratore curioso, amante della lettura e della scrittura, in cerca di un’identità spirituale.
Come dite? Travel blogger… Nooooo, che termine abusato. Fa troppo radical chic 2.0! Oddio, se mi permette di campare divento anche travel blogger. 🙂

Come è successo a tanti della sua generazione, ha perso il lavoro. Ha deciso di trasformare la sfortuna in opportunità e partire da solo alla volta di Roma, lungo la Via Francigena, l’antica strada dei pellegrini che nel medioevo affluivano nel centro della cristianità da ogni parte d’Europa.
27 tappe, 670 chilometri, sole, vento, pioggia, mille chiese medievali, tanti piccoli borghi: per le prossime settimane leggeremo la sua fantastica avventura attraverso l’Italia, verso la Città Eterna, che inizia proprio da qui.

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La Via Francigena, l’antico pellegrinaggio che porta a Roma, rappresenta tante cose: l’alternativa meno alla moda del Cammino di Santiago de Compostela, un viaggio attraverso un’Italia rurale e contadina che si muove con la vecchia Panda e l’Ape Piaggio, un percorso sulle tracce di partigiani, soldati tedeschi e americani, una via che profuma di ginestre, glicine e Storia.

Da molto tempo desideravo intraprendere questo percorso; finalmente mi si è presentata l’occasione: come è successo a tanti della mia generazione, ho perso il lavoro. Ho deciso di trasformare la sfiga in opportunità e partire da solo alla volta di Roma.
Qualcuno ha detto che sono matto, tanti mi han detto che faccio bene, io penso di essere un po’ matto ma di fare bene a esserlo. Ho bisogno di camminare, di pensare, di stare da solo con me stesso, di ritrovare la spiritualità perduta nella routine milanese fatta di lavoro e aperitivi.
Mi viene chiesto dove trovo il coraggio di partire; la cosa più difficile è compiere il primo passo, fare il salto mentale di dire “vado a Roma a piedi”.
Quanti chilometri sono? Tanti, e allora? Ho qualcuno che mi insegue cercando di rubarmi il tempo? No; decido che il tempo è mio e me lo prendo. Impiegherò un mese della mia vita per camminare in compagnia dei miei pensieri, riflettere sui miei errori, valutare le mie potenzialità, capire i miei bisogni, relativizzare il mondo che mi circonda e, in definitiva, cercare di capire chi sono.

In un luminoso mattino di aprile parto dal duomo di Fidenza e, dopo pochi chilometri di pianura, aggredisco le prime colline appenniniche.

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A pranzo mi fermo tra le rovine del castello di Costamezzana e mangio un panino in compagnia di lucertole e vespe, a piedi nudi sull’erba. Intorno a me solo la voce della natura. Il mio pensiero va a voi, miei cari lettori, che siete in ufficio a bestemmiare cercando di leggere le 168 e-mail che vi sono arrivate nel weekend.
Mi concedo una meritata siesta, sdraiato sul prato, sotto il sole del primo meriggio: non vedevo così tanto verde e azzurro da mesi. Un orgasmo di colori. Verdi brillanti, verdi spenti, verdi chiari, verdi scuri, verdi tenui. In lontananza le Alpi, imbiancate dall’ultima neve; davanti a me gli Appennini, l’ostacolo che devo superare.

Riprendo la marcia e arriva la prima mazzata: devo scavalcare due valli con pendenze himalayane. Mentre sudo e arranco su per una salita fangosa mi accorgo di aver perso il coprizaino antipioggia. Se piove sono fottuto. Per fortuna il tempo è previsto bello per alcuni giorni. Arrivo in cima e mi trovo davanti al primo bivio e alla prima decisione tra il sentiero ministeriale e la variante; scelgo la seconda. Chi lascia la strada vecchia per quella nuova… si perde. E infatti.

Taglio tra prati, frutteti e vigneti, senza una direzione precisa; incontro un locale che mi dà le indicazioni minime per arrivare a valle e ritrovare la via. Finalmente arrivo in pianura ma gli ultimi chilometri nel letto fangoso e pietroso del Taro sono i peggiori, non finiscono mai. Mi rendo conto di aver commesso un errore: sono partito per la Via Francigena come un Milanese Imbruttito. “Cazzomene, mi sparo 34 chilometri il primo giorno, tanto sono allenato.” Sì, eh? Un male ai piedi… A parte che i chilometri sono diventati 37, a ogni modo gli ultimi 5 li ho fatti con la lingua fuori.

Giungo a Fornovo e mi dirigo verso la chiesa dove ho prenotato la prima notte per evitare di dormire da subito all’addiaccio. L’ostello è postsovietico e freddissimo; con me ci sono due ragazze sudamericane che ho incontrato, sperdute e confuse all’ingresso del paese, in cerca di un giaciglio per la notte.
Per fortuna mi aspetta una gran cena con l’amica Annalisa che mi ha raggiunto da Reggio Emilia per non lasciarmi da solo la prima sera.

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Il secondo giorno parto con Karin la Peruviana e Katia la Boliviana (K&K); ci inoltriamo in una valle secondaria, lungo l’antico tracciato della Via di Monte Bardone che, già in epoca romana, collegava Parma con Luni, la pianura con il mare, l’Italia peninsulare con l’Italia continentale, Roma con l’Europa. Percorrere la Via Francigena a piedi, attraversando luoghi disabitati, borghi abbandonati, lungo sentieri dimenticati, è come viaggiare nel tempo: un lusso impensabile nell’anno di grazia 2015.

Il sentiero si sviluppa lungo il letto del torrente Sporzana che pochi giorni fa è esondato e si è mangiato interi pezzi di strada, costringendoci a guadi improvvisati nella corrente gelida e impetuosa; la strada si inerpica per prati verdissimi, di un verde brillante, acceso, intenso, scintillante, quasi fosforescente. Ci fermiamo a fare il picnic sul prato, poco sotto la chiesetta romanica di Bardone, su un prato molto verde, tra fiori molto gialli, sotto un cielo molto azzurro.

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Si riparte in salita, la strada è lunga, impervia e fangosa, ci impantaniamo ma proseguiamo stoici e determinati. Siamo una specie di Armata Brancaleone sulla strada per Roma. Rotolando verso sud. Ci aspettano ancora tre ore di cammino tra boschi di conifere fitte che prendono il posto delle latifoglie. Siamo in montagna, lontano scintilla la neve sui versanti orientati a nord. Intorno a noi solo il silenzio.

Alle 7 finalmente arriviamo a Cassio, piccolissimo borgo di case di pietra, luogo di origine della Gens Cassia, il cui membro più famoso fu il Cesaricida. Qui ci aspetta la sorpresa più bella: il rifugio del pellegrino è ubicato all’interno di una casa cantoniera, quelle rosse dell’ANAS, scolpite indelebilmente nella mia memoria dei viaggi di bambino. All’interno il paradiso; una sala da pranzo molto accogliente, fornita di ogni ben di dio: salumi, formaggi, bottiglie di vino, pasta, sughi.

L’aperitivo al tramonto con vista sugli Appennini e il Passo della Cisa è mistico, la cena abbondante. La notte è placida, silenziosa, non un rumore viene a turbare il sonno del pellegrino, sfatto dopo ventidue chilometri, oltre mille metri di dislivello e nove ore di cammino.

Il diario di Stefano prosegue la prossima settimana con una nuova avventura. Stay tuned!