Il rito si ripete ogni anno. Come il Natale, la fine della scuola o l’inizio del campionato. Solo che l’effetto non è proprio lo stesso. Ogni anno gli “amici” del Bilderberg si riuniscono in un grand hotel, uno di quelli da 450 euro a notte a testa (colazione, rigorosamente esclusa) e chiacchierano. Così almeno raccontano quelli che lì sono di casa. Nobili, finanzieri, politici, imprenditori, ma anche giornalisti che poi ben si guardano dal far luce su cosa davvero succeda nel gruppo più esclusivo del mondo. E così ad alimentare la teoria del complotto serve proprio poco, basti sapere che tutto ruota intorno a un consiglio direttivo autonominato che resta in carica per quattro anni ed elegge un presidente che tira le fila di tutto.

Eppure a leggerla così come viene raccontanta sembra quasi una scampagnata: un gruppo di amici che si trova una volta all’anno per fare la “zingarata”. Il classico weekend fuori città, quello che per organizzarlo servono 10mila mail e altre cento telefonate perché quello che non legge la posta in fondo c’è sempre. E in effetti, per uscire dall’impasse, anche noi abbiamo nominato un presidente: è Guido, in carica dal settembre 2010. È lui che ha l’ultima parola in caso di stallo organizzativo. Anche noi non rilasciamo comunicati stampa e rimaniamo vaghi sui temi delle discussioni (la verità è che difficilmente ci ricordiamo tutto per filo e per segno). Come al Bilderberg, pasteggiamo a champagne (ma solo se c’è Charlie), dopo cena, invece, preferiamo le bollicine delle Red Bull perché ti aiutano a stare sveglio. Le analogie sono proprio tante, perché anche tra di noi ci sono quelli che lavorano nella finanza, in banca, gli imprenditori, quelli appassionati di politica e pure i giornalisti. Al weekend, così come alle cene, si partecipa solo su invito. E ogni nuova candidatura passa al vaglio del direttivo che si esprime solo tra il mirto e il caffè: il giudizio è – rigorosamente – insindacabile.

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Immagino che funzioni così anche al Bilderberg. Solo che loro sono 130, noi solo 8. Ma è anche una questione organizzativa: noi preferiamo usare solo due macchine. Cerchiamo di inquinare meno, ma è anche una questione di costi. Se invece hai una compagnia assicurativa tutta tua oppure una banca, beh puoi anche affittare un aereo per portare in giro gli amici. Che poi sono sempre gli stessi. Non cambiano neppure i politici (ma per noi italiani questa non è certo una novità) anche perché quando qualcuno è in difficoltà il club si mobilita. Chi non lo farebbe per un amico? A eccezione di Silvio Berlusconi, tutti i presidenti del Consiglio dei ministri degli ultimi 20 anni sono passati dal circolo. Anche Enrico Letta (la coincidenza è che ci sia stato proprio lo scorso anno, in un ideale passaggio di consegne con Mario Monti che si era dimesso nel 2011).

A vederla così non ci sarebbe nulla di male. Peccato solo che poi a scorrere i nomi degli “amici” si trovino solo i vertici delle aziende più potenti del mondo. Dalle petrolifere Shell e Bp (quella del disastro nel Golfo del Messico) alle banche d’affari come Goldman Sachs, dalle ex start up come Facebook a colossi del web come Amazon. A tirare le fila di tutto è il presidente del Bilderberg, Herni de Castries, numero uno di Axa (un colosso assicurativo francese) e anello di congiunzione mancante tra finanza e nobiltà. Per l’Italia nel consiglio direttivo c’è Franco Bernabè, oggi presidente di Telecom Italia, ma prima in Fiat come manager e amministratore (il Lingotto non manca mai: gli Agnelli erano di casa ieri come John Elkann lo è oggi), passando per Eni, e Rothschild, cui ha conferito la sua società di consulenza, e dopo aver ricoperto il ruolo di rappresentante italiano in Kosovo. Un amico come gli altri.

Amici di cui non puoi fare a meno. Soprattutto nel momento del bisogno, come successo pochi giorni fa a Marco Tronchetti Provera, già invitato al Bilderberg. Nel momento più difficile della sua storia alla guida di Pirelli, nel pieno della battaglia per il controllo della società degli pneumatici con la famiglia Malacalza (mai invitata al Bilderberg), ha chiesto e ottenuto l’aiuto delle due più grandi banche del paese, Unicredit e Intesa SanPaolo. Le stesse che hanno chiuso i rubinetti del credito alle piccole e medie imprese italiane. Il conto lo ha fatto S&P: lo scorso anno alle aziende italiane sono mancati finanziamenti per 44 miliardi. Un dramma per chi non fa parte del gruppo degli amici.

marco tronchetti provera